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Rassegna Stampa

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Livorno - Galleria Athena 50 anni d'arte tra 800 e 900

Testo di Gianfranco Magonzi, Livorno.

Il contributo livornese all'arte figurativa, e proprio il suo successo, credo non siano separabili da una considerazione ambientale di tipo socio-culturale.
Solo un'attenzione che tenga presente quindi quest'aspetto, che colga cioè il carattere, a Livorno popolare, dell'interesse alla figurazione artistica, può dare spiegazione della diffusa persistenza, qui sempre osservata come straordinaria, di una sensibilità tutta speciale all'arte figurativa, alla pittura in particolare e nello specifico a una figurazione pittorica di paesaggio, urbano e marino, anche se non soltanto, quasi in un riaffermato rapporto d'identità sociologica. È negli anni Venti e Trenta, lungo i quali si è articolato il percorso di più motivato e ruggente accreditamento della cosiddetta "Scuola Labronica", che si è stabilita e radicata una conformazione diffusa della cultura figurativa livornese ai canoni e ai moduli di quel tipo di figurazione, ai suoi registri cromatici e ai suoi esiti di essenziale vivacità.
Quasi sempre questo radicamento si è imposto nel collezionismo, e di conseguenza nella sollecitazione propositiva delle gallerie d'arte, con esitante considerazione delle pur molteplici proposizioni artistiche emerse nel corso del Novecento, ragion per la quale ad es. le pur nutrite schiere di artisti e di esperienze maturati a Firenze e in Toscana all'ombra de II Fiorino - e come si vede si tratta di non poca acqua passata sotto i ponti dell'arte - sono rimaste a lungo misconosciute, dovendosi così ascrivere a gran merito l'impegno al recupero che si viene facendo da parte di alcune gallerie per colmare la lacuna.
Ne offre testimonianza puntuale la ricostruzione di un'attività di tramite, tra il mondo della produzione artistica e quello dell'interesse collezionistico in tutte le possibili componenti di varia sensibilità culturale e mercantile, quale appunto è il lavoro di una galleria d'arte e qui parliamo della Galleria Athena di Livorno, ripercorso nell'arco temporale ampio e significativo al compiersi del suo cinquantennio di attività.
La Galleria livornese, come altre ma forse più di altre, e proprio per la longevità del suo impegno, offre conferma della persistenza di questa sensibilità diffusa e popolare, che dalla sua fondazione la Galleria ha certamente concorso a consolidare, che ha secondato ma stimolandone l'approfondimento, e ha sostenuto pur senza chiudersi in una monovisione dei valori artistici. Nel suo contributo in premessa al catalogo, Nicola Micieli tiene presente lo stretto intreccio con la formazione, sviluppo e persistenza del gusto artistico a Livorno dominante e l'orientamento del collezionismo locale, nel corso di quei decenni "che hanno visto nascere e diffondersi movimenti e tendenze della ricerca artistica di tutt'altro segno, anche nel versante della figurazione di più stringente fedeltà visiva - dalla pittura di variegata matrice postimpressionista e macchiatola e novecentista in Toscana, e a Livorno in particolare, declinata davvero con un ricco ventaglio di soluzioni linguistiche e stilistiche e capace di fare, per così dire, storia a sé."
Il saggio con il quale Michele Pierleoni, che ha curata la mostra, introduce il ricco catalogo (Athena. Cinquantanni di galleria d'arte a Livorno, aperta sino al 26 gennaio), dà puntualmente conto di questa costante riflessa nella linea culturale adottata dal fondatore della Galleria, Luigi Magherini, sviluppata nel successivo impegno della figlia Floriana con suo marito Dino Pierleoni e adesso assunta, e con ampia visione innovativa, dai figli Marcello e Michele Pierleoni.
Se il regesto d'attività nel cinquantennio espone tutta la vivacità propositiva promossa da questa Galleria livornese, con gli attenti apparati delle 127 opere in catalogo (67 sono quelle esposte in mostra a richiamo degli autori che la Galleria ha presentato negli anni), vi si coglie anche la testimonianza di un più stabile e programmatico impegno all'approfondimento storico, al recupero di figure artistiche rimaste periferiche nell'attenzione locale, alla proposizione, coraggiosa perché controcorrente, dell'opera grafica di qualità, con l'esplicito intento di far crescere una sensibilità che, generalmente, ha tradizione precaria e di nicchia. Sono le iniziative promosse in quest'ultimo decennio a testimoniare l'innovato impegno nella proposizione espositiva, dalla mostra dedicata a La Pittura Toscana tra 800 e 900, con la quale fu festeggiato nel 2000 il quarantennio di attività di Galleria, all'altra che proponeva Disegni e Incisioni Toscane tra Ottocento e Novecento, cui fece seguito Livorno e la grafica. La rivoluzione del segno, e le più recenti mostre di grafica e pittura con Alberico Morena, Renzo Galardini e Stefano Ciaponi, testimonianza appunto dell'attenzione a questo settore.
Due mostre e i relativi cataloghi hanno segnato passi di rilievo nel progetto d'approfondimento storico-artistico: quella sull'opera di Renato Natali e poi la ricognizione esaustiva sull'arte e la cultura a Livorno in una stagione di grande rilievo con Il Caffè Bardi di Livorno. (1909-1921). Le arti all'incontro, curata con chi scrive da Michele Pierleoni, con contributi di Luigi Cavallo e Dario Durbè. Le nuove presenze artistiche s'inseriscono nella programmazione espositiva e mercantile con accenti decisamente innovativi della tradizionale figurazione, corrispondendo a una adesione estetica capace di cogliere sensibilità anche decisamente differenziate, che mantengono forte il nesso figurativo.




Galleria d'Arte: 50 anni d'arte a Livorno

Con il seguente articolo presento la mostra tenuta presso la Galleria d’arte Athena di Livorno nello scorso dicembre dedicata a celebrarne i cinquant'anni di lavoro.
L'esposizione ha proposto una selezione delle opere pubblicate nel ricco catalogo a cura dello scrivente con un critico di Nicola Micieli, dando conto della pluralità di artisti passati anni nelle sale dell’Athena. L'attività aperta il 30 dicembre 1961 da Luigi Magherini coadiuvato dai figli Carlo, Floriana e Dino nei locali del Palazzo Grande, si è subito caratterizata per proporre parallelamente alla pittura dell’Ottocento e Novecento (prevalentemente toscana) autori contemporanei per la maggior parte livornesi. Molti i critici e gli artisti conosciuti direttamente dal fondatore Colombo, Fratini, Ghelfi, Gonnelli, Krimer o l’infaticabile promotore dell’arte macchiaiola nonché pittore, Mario Borgiotti, presente in mostra l'intenso ritratto dell’attrice Emma Gramatica e un lungo Senna parigino.
Difficile sintetizzare cinquant’anni d'attività lavorativa, nella quale si è espressa prima Floriana affiancata poi dal marito Dino Pierleoni, e successivamente dai figli Marcello Michele, caratterizzati da un impegno a coltivare le forti tradizioni pittoriche locali ma anche e questo specialmente negli ultimi anni, a proporre nuovi suggerimenti culturali in seno a un attento collezionismo capace di entrare in empatia con quanto proposto di volta in volta in esposizioni personali o collettive. Tornando alla mostra che come detto precedentemente ha selezionato opere tra le centoventisette pubblicate, presentava una ricca carrellata di capolavori tra i quali l’infuocata Via San Giovanni, Livorno di Renato Natali, Le Frou-Frou il primo manifesto realizzato da Leonetto Cappiello nel 1899, passando da un’intima scena d'interno di Raffaello Gambogi alle forti cromie e alla pennellata nervosa di Plinio Nomellini nell'impegnativo La surata del Profeta del 1934. Nel dipinto Estate ai Bagni Pancaldi di Guglielmo Micheli, realizzata nel 1889 si poteva ammirare l’eleganza che contraddistingueva le signore che si incontravano sui bagni per respirare la salubre aria marina, intercalando letture a coversazioni frivole scandite dal movimento dei ventagli che mitigavano dalla canicola estiva. La splendida composizione di Oscar Ghiglia La stampa giapponese, dove la forza coloristica delle rose disposte nel vaso smaltato, creavano stacco ed equilibrio compositivo con la stampa giapponese che si delineava con minuzia e grande senso estetico sul fondo del dipinto.
Anche il novecento figurativo era assai rappresentato, si pensi alla Figura grigia di Gianni Vagnetti, quadro esposto nel 1956 alla Biennale di Venezia, oppure II Nano di Lorenzo Viani, una delle tante figure d’emarginati indagate dal pennello dell’artista viareggino fino ad arrivare al “teppista” Rosai, che proponeva Firenze nei suoi aspetti meno chiassosi, intimi e caratteristici come appunto i suoi “omini” nelle umili osterie dell’Oltrarno.
Un discorso a parte merita di essere affrontato per Umanità 1944-Mauthausen di Voltolino Fontani. Il dipinto non più esposto dalla mostra del 1963 presso la Casa della Cultura di Livorno, ci restituiva la particolare sensibilità dell’artista nel quale si riscontrava nel 1950, anno di realizzazione, una forte e tangibile commozione davanti ai disastri del secondo conflitto mondiale. In Mauthausen Fontani riportava la tragica fine di un internato del campo di concentramento gettatosi sui cavi ad alta tensione, infatti peculiarità di questo luogo di morte era quella che un lato non terminato della fortezza era delimitato da fili elettrici dove spesso la disperazione umana trovava cessazione da atroci torture. Nell’esposizione si osservava anche una piccola sezione dedicata alla scultura dove ad opere ormai divenute parte dell’arredamento degli ambienti di via Di Franco come la Suora di Davide Calandra e Primo Peccato di Alimondo Ciampi si analizzavano i lavori dello scultore fiorentino di nascita ma livornese d’adozione, Vitaliano De Angelis. La rassegna presentava anche una selezione di autori contemporanei selezionati tra i molti passati negli anni per aver partecipato a mostre personali.
Si visionavano i lavori fantastici di Stefano Ciaponi, Renzo Galardini e Raffaele De Rosa con il dipinto Argonauti guidati da Giasone alla ricerca del Vello d’Oro, opera già esposta nella mostra II Mito Contemporaneo realizzata presso il prestigioso Teatro Politeama Garibaldi di Palermo nel 2011. Accanto a queste si vedeva Campana, Massimo Lomi, Madiai, Pastacaldi, Pelagatti e Nedo Luschi il decano dei pittori livornesi con la splendida tela Figura a letto con coperta del 1967, dipinto che rifletteva sulla sintesi compositiva di Luschi costruita con forza coloristica e azzardo cromatico nella coperta a quadri, elemento preponderante nella composizione. Infine vorrei accennare alla pubblicazione che supportava la mostra, un libro con cento ventisette riproduzioni e con un ricco regesto dove ad attente e dettagliate schede delle opere, si ritrovava la sequenza di tutte le esposizioni susseguitesi nella galleria dalla sua inaugurazione ad oggi, con gli autori presenti e con la rassegna stampa che accompagnava il singolo evento, strumento utile allo studio di una parte della memoria storica artistica della Livorno del dopoguerra.

Testo di Michele Pierleoni in La Ballata, Rivista d'arte e cultura, N°1 - 2013



I paesaggi sintetici di Fabrizio Giorgi

Una personale dell’artista alla galleria Athena tra quadri e sculture

Alla Galleria d'Arte Athena (via Di Franco) dal 26 ottobre al 9 novembre si svolge la personale di Fabrizio Giorgi dal titolo "Dalla pitto-scultura ai paesaggi sintetici". La mostra riporta all'attenzione del pubblico cittadino l’opera di Giorgi, che nell’ esposizione espressive, dove il ludico gioco di assemblaggio nasconde ricerca e perizia tecnica in una continua ricerca di forme e armonie. Infine, l'esposizione della galleria Athena propone i recenti “Paesaggi sintetici” di Fabrizio Giorgi, nei quali l'autore vi piega la composizione in una analisi di definizione del dato essenziale, per mezzo del colore che domina la forma, proiettando il suo lavoro su nuovi traguardi dalle inedite prospettive. La mostra sarà visitabile dal 26 ottobre al 9 novembre con i seguenti orari: dalle 9 alle 12.30 e dalie 16 alle 19.30 (chiuso domenica e venerdì 1 novembre).

Il Tirreno, Martedi 22 Ottobre, 2013

La luce nella pittura di Stefano Bottosso

Torno a parlare di Stefano Bottosso, dopo l’ultima presentazione che scrissi nel 2009 per la sua personale nella Fortezza di Montalcino, in un momento particolarmente felice della produzione dell’artista, impegnato nella trascorsa estate in una collettiva allestita presso la Galleria Athena con Maurizio Bini e Temistocle Scola e nel periodo autunnale nella LXII mostra del Gruppo Labronico che si è svolta nei prestigiosi ambienti dei Granai di Villa Mimbelli. Come ho avuto modo di dire per Stefano nel catalogo dei Granai, nella sua pittura “si può notare quanta importanza egli dia all’equilibrio della composizione anche per mezzo della tecnica, che se in alcuni tratti lascia libero sfogo a un’attenta e lenticolare tavolozza cromatica, dall’altro sfuma i paesaggi, spesso nelle successioni dei piani, attraverso scalature nei toni di colore o pennellate più fluide e rapide”.

L’autore ha disposto nella mostra all’Athena paesaggi toscani nei quali la luce si impone in maniera preponderante, accostati ad altri di più delicate tonalità della sua terra natale, Brische di Meduna di Livenza in Veneto.
Stefano riesce così ad incantare l’occhio dell’osservatore che apprezza le luci e le atmosfere ricreate in ogni suo dipinto. Bottosso in uno dei tanti e frequenti colloqui intrattenuti con lo scrivente, mi ha confermato lo stupore emotivo che accompagna ogni sua creazione, tesa a catturare un istante di poesia nella mutevolezza delle luci che alterano continuamente la restituzione visiva di un paesaggio.
Innamorato della pittura divisionista e puntinista, egli ne sa applicare la tecnica in modo egregio per far risaltare parti dei suoi dipinti, dove attraverso la pennellata frantumata prende in esame tratti della composizione pur non utilizzando il colore puro che questa tecnica esigerebbe.
Questi risultati di Stefano sono il frutto di un percorso che negli anni lo ha allontanato da una più schietta restituzione del vero di matrice labronica.
L’artista dispone quindi particolari di macchia mediterranea della costa livornese nei quali il blu del mare stacca dai verdi della robusta flora sferzata dalla ventosa salsedine, oppure ripor­ta splendidi scorci di viaggi affrontati negli anni (prediligendo spesso le isole, zattere naturalistiche che hanno dato il titolo ad una sua personale realizzata nel 2004) quando non si sofferma nelle verdeggianti pianure di Brische nelle quali restituisce le sensazioni delle placide acque dei torrenti, oppure descrive le poetiche di un paesaggio invernale ammantato di brina.
Il dipinto che ho scelto per accompagnare questo articolo restituisce pienamente le intenzioni artistiche del nostro, infatti Pomeriggio a Cupra - A Mario Bucci, ci conduce in un’assolata giornata estiva dove la natura “canta” il suo essere stupefacente creazione.

L’opera già esposta nella Sessantesima Mostra del Gruppo Labronico svoltasi nel 2011 presso la Galleria Athena di Livorno, è un omaggio di Bottosso alla figura di Bucci, insigne studioso, conosciuto casualmente durante un viaggio in treno, con il quale il nostro è entrato immediatamente in sintonia avendo modo di parlare anche di suo zio, l’artista Anselmo uno dei protagonisti delle vicende del Novecento Italiano, gruppo ideato e sorretto dalla critica e intellettuale Margherita Sarfatti.
Ritengo interessante sottolineare i forti legami tra Mario Bucci e il nostro territorio dove lo studioso fu tra l’altro direttore del Museo Nazionale di Pisa, nonché ispettore agli Uffizi di Firenze e redattore d’arte presso l’Editore Sansoni di Firenze, facendo dell’arte toscana privilegiata fonte di studi e pubblicazioni, tra i quali voglio ricordare: Camposanto monumentale di Pisa. Affreschi e sinopie, Palazzi di Firenze e II Duomo e il Battistero di Firenze. Analizzando il quadro più dettagliatamente, si può notare l’estrema perizia nella tramatura dei pini disposti sulla sinistra, restituenti una vibrazione coloristica che per certi aspetti ricorda le splendide tavole di Rubaldo Merello di quando si cimentava con i paesaggi liguri di Ruta, sul monte di Portofino. Il dipinto sulla destra è equilibrato dal calmo mare, mentre la strada che unisce il primo piano a quelli successivi e un denso, fitto e filamentoso sovrapporsi di pennellate. La luce è protagonista assoluta della tavola di Stefano, che ammanta di sé gli elementi in una calda giornata di sole, come quella immortalata nella graziosa città marchigiana.
Serenità d’emozioni trasmette il dipinto di Stefano ed è questo il dato emergente nel suo fare pittura, un impegno costante nella ricerca del bello, lontano dalle mode ma sicuramente coerentemente impostato da una padronanza della tecnica che piega al suo volere. Parlando di Bottosso direi che ci troviamo davanti ad un fare arte dove si porta la propria sensibilità alla ribalta del fruitore, senza filtri intellettuali ma con un’onestà tranquilla che ci conduce ad una navigazione nel bello, essendo lui appagato da esso e dalle molteplici sfaccettature che la natura mostra. Infine direi che nel suo instancabile cammino nella pittura di paesaggio, l’artista ci porti davanti ad opere dove un soffio di poesia spira nel momento immortalato dalla sua mano, attratta da una campagna, dal continuo mutare del mare, da assolato campo lavorato dall’uomo, che si riappropriano di “dignità” di sguardo, in un tempo distratto dal godere di quanto nel creato è dato quotidianamente.

Michele Pierleoni, La Ballata 2013 







Alla Galleria Athena un disegno di Modigliani, Ulvi Liegi e Corcos

UN DISEGNO di Amedeo Modigliani del 1916, l'interno della vecchia sinagoga di Livorno reso con straordinario senso del colore da Ulvi nel 1935, una serie di ritratti in stile «belle epoque» di Vittorio Corcos, sono solo alcune delle opere presenti nella mostra «Arte e ebraismo: artisti ebrei del XIX e XX secolo», inaugurata in occasione della Giornata Europea della Cultura Ebraica e aperta fino al 18 settembre alla galleria Athena in via di Franco. Tra gli artisti più noti al pubblico, oltre ai citati Modigliani, Ulvi Liegi e Corcos, troviamo Moses Levy, nato a Tunisi nel 1885 da padre inglese e madre livornese ma vissuto soprattutto a Viareggio, del quale sono in mostra dipinti di grande modernità come «Spiaggia con barca e pattino» del 1919, e «Viareggio» del 1922. Tra gli autori meno noti, ma non per questo meno interessanti, Francesco Franchetti (Livorno 1878-1931) presente con quadri di gusto orientalista come «Mercato coperto» e Adolfo Belimbau, nato in Egitto nel 1845, con «Vicolo».

LA FAMIGLIA Modigliani è rappresentata anche dalla cugina di Amedeo, Corinna che ebbe studio a Roma in via Margutta. In mostra anche dipinti dell'artista piemontese Clemente Pugliese Levi (1855-1936), del triestino Arturo Nathan e di Giacomo Salmoni, uno degli allievi di Fattori a Firenze. Per la scultura esposte opere della livornese Laura Franco Bedarida e del fiorentino Dario Viterbo mentre l'arte contemporanea è rappresentata da Giovanna Micaglio Ben Amozegh, pronipote del rabbino di Livorno Elia Abraham Ben Amozegh. C'è poi un piccolo omaggio a Chagall, di cui sono visibili alcune opere grafiche, mentre una sezione della mostra è dedicata al commediografo livornese Sabatino Lopez. In occasione di questa mostra la galleria Athena resterà aperta anche nei giorni festivi.

La Nazione 9 settembre, Mario Michelucci









GIOVANNI ZANNACCHINI

(1884-1939)

Incisore e Pittore

Con l'omaggio a Giovanni Zannacchini, allestito presso la Galleria d'Arte Athena nel mese di dicembre, l'autore torna a Livorno (città che gli dette i natali nel 1884) con una personale, dopo quarantasei anni dalla mostra allestita negli storici locali di Bottega d'Arte. Negli ultimi tempi, la personalità artistica di Zannacchini è stata studiata e approfondita in tre mostre, con relativi cataloghi, che ne delineavano la presenza al Caffè Bardi, nei locali di Bottega d'Arte e nel sodalizio dei Gruppo Labronico.
Nel 1965, nella breve introduzione al catalogo di Bottega d'Arte, Fortunato Bellonzi ricorda di aver conosciuto il livornese negli ambienti della libreria Belforte, dove si trovava per realizzare una litografia quando, da giovane, il critico pisano si dilettava nel disegno e nella pittura e lo delineava come un «uomo semplice, di poche parole, ma di sicuro mestiere». In una fotografia scattata da Bruno Miniati, recentemente pubblicata, si vede sullo scalo mediceo del porto, un gruppo d'artisti con al centro la signora Pina Belforte, tra questi si nota la "simpatica" figura di Zannacchini, dall'occhio vivace e intelligente, certo di non alta statura ma estremamente elegante, ritratto con la sigaretta in mano.
E proprio da Belforte, li nostro, svolge la sua attività lavorativa, affiancando quella artistica, che lo vede prima impegnato intensamente nella produzione grafica, successivamente in quella pittorica. Tra i frequentatori del Caffè Bardi, partecipa al cenacolo intellettuale che ne caratterizza il breve ma intenso periodo d'apertura. Un particolare dell'interno del locale, viene immortalato in una litografia esposta in questa occasione Al Caffè, dove l'autore ci restituisce una scena conviviale tra un uomo e una donna, seduti in conversazione ad uno dei tavoli dello storico esercizio.
Nel 1916, prende parte a Londra all'Esposizione d'incisione Italiana, il livornese, come si evince da un articolo pubblicato sulla Gazzetta Livornese, espone accanto a personalità come: Chiappelli, De Karolis, Graziosi, Prencipe e Vittore Grubicy De Dragon, che come sappiamo grazie all'amicizia con Benvenuto Benvenuti era informato su quanto veniva realizzato in quegli anni in città.
Intensa l'attività di decoratore di pubblicazioni cittadine, decine sono le xilografie che adornano i Bollettini di Bottega d'Arte, piccoli gioielli che accompagnavano l'attività espositiva della Galleria diretta da Gino Belforte, la Rivista di Livorno, pubblicata dal Circolo Filologico Livornese negli anni 1926-27 e poi la Libumi Civitas, rassegna di attività municipale a cura del Comune. In questi anni Zannacchini esegue interessanti acqueforti che ritraggono scorci di Livorno, siano la Fortezza Vecchia o i canali del quartiere Venezia, dove l'autore, in siffatti lavori, piega il ristretto spazio della lastra per realizzare incisioni dalla prospettiva forzata, si prenda ad esempio il lavoro Livorno Vecchia - San Giovanni Nepomoceno del 1921, nel quale dispone sul primo piano un assembramento di navicelli nel canale, mentre in cielo svettano le presenze architettoniche dei campanili delle chiese di Via della Madonna, con l'elemento all'oggi perduto della cupola della Chiesa degli Armeni.
L'artista è tra i fondatori del Gruppo Labronico il 15 luglio del 1920 presso lo studio di Gino Romiti, per mezzo del quale i firmatari si adoprano ad onorare lo scomparso amico Mario Puccini, facendone collocare la salma nel Famedio di Montenero. È presente fin dalla prima mostra del Gruppo, realizzata presso il Palace Hotel con le opere La palazzina chiusa, Tortane in porto, Le pianacce, Le casine nuove e otto xilografie non specificate nei titoli. Artista colto e attento a quanto avviene attorno a lui prende parte ad un gran numero d'Esposizioni Interazionali d'Arte di Venezia, dal 1920 al 1936.

Segue






La sua prima personale la tiene a Livorno nel 1925 con Plinio Nomellini e Umberto Vittorini, a Bottega d'Arte presentata da Gastone Razzaguta, che nel libro Virtù degli Artisti Labronici, edito nel 1943 ne tratteggia un denso e amichevole ricordo, il maestro, come possiamo comprendere, aveva tratto in questo periodo soddisfazioni e consensi nell'incisione all'acquaforte e nelle efficaci xilografie; negli anni venti, attraverso un uso sapiente delle sgorbie, ottiene nell'arte del legno lavori di estremo sintetismo e straordinario accostamento nei giochi del chiaro e scuro. Monocromo, l'aveva definito Francesco Sapori, nel libro dedicato alla Biennale del 1922, dove sono riprodotte le xilografie La Rupe e Sulla Terrazza dei bagni, elegante restituzione di una scena balneare livornese.
La cifra compositiva di quest'opera e riscontrabile in altre incisioni del periodo, si veda la bellissima tavola D'Estate del 1924 esposta alla Biennale di Venezia di quell'anno, oppure la coeva Bagni Acquaviva. In questi lavori, Zannacchini si diverte a creare spazzi di luce e ombra giocando con le tende dei bagni, dove l'elemento strutturale dei supporti di legno scandisce gli spazi, delimitati dalle sagome delle cabine, dalle esili balaustre o dalle panchine dove figure femminili sono riunite in conversazioni o emergano in solitarie letture. Negli anni successivi, l'artista volge sempre più la sua attenzione alla pittura ad olio, come testimonia la mostra personale di Bottega d'Arte nel 1933, dove espone ben trentacinque dipinti.
Il fare pittura in Zannacchini è davvero interessante e meritevole d'attenzione, innanzitutto si deve osservare la scelta dei soggetti; questi narra nelle sue opere Livorno, ma ne descrive angoli solitari, scorci inusuali oppure elementi di modernità, come lampioni o pali elettrici, contrastanti emergenze architettoniche cittadine oppure caratterizzanti umili palazzi. Spesso, l'autore intende fermare sull'opera un momento di solitudine urbana e dove l'uomo è presente, certo non è mai fulcro della composizione. L'analisi dei dipinti tradisce la formazione grafica dell'esecutore che su una solida struttura disegnativa distribuisce il colore, spesso attraverso l'utilizzo di oli magri, prediligendo come supporto materico il cartone pressato. Zannacchini sicuramente in quegli anni è, tra gli artisti livornesi, uno dei più attenti alle ricerche pittoriche elaborate fuori città ed è nell'ambito di un novecento toscano, che passa da Pisa a Pistoia per giungere a Firenze, che possiamo trovare elementi di dialogo e confronto con il nostro.
Ed è proprio Riccardo Marchi che, nel 1933 presentando i lavori ad olio di Giovanni, coglie questo spirito di rinnovamento presente nei suoi lavori: «l'Ottocento colto, raffinato, raccoglitore di secolari esperienze, riassunto dal ciclo compiuto delle sue rivoluzioni (compiutissima, in Arte, quella dei macchiaioli) cede il posto all'Arte dei secolo nuovo, meno pura e perfetta, più ricca di scorie, se volete, ma vivificata da un entusiasmo vergine e nuovo». Autore quindi che merita sicuramente nuovi e approfonditi studi che non mancheranno a venire, facente parte di quella schiera d'artisti livornesi, più o meno noti, che sempre più ricevono nuove ricerche e approfondimenti sia in città che fuori dai nostri confini.
È da ricordare la recente mostra organizzata nelle terre piemontesi di Grignasco a Giulio Cesare Vinzio a cura di Cristina Trapella, l'esposizione dedicata a Giulio Ghelarducci tenutasi nel mese d'ottobre a Firenze ed infine il volume presentato il 15 novembre a Livorno nel salone degli Specchi di Villa Mimbelii da Ferdinando Donzelli dedicato a Renato Natali, dove tra l'altro viene pubblicato l'importante epistolario conservato al Mart, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto e il Fondo Natali custodito nel Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno.

Michele Pierleoni in Arte a Livorno e oltre confine Novembre / Dicembre 2011,(n7).

Alberico Morena alla Galleria d'Arte Athena di Livorno.

Sabato 5 giugno, presso la Galleria d'Arte Athena di Livorno, si inaugura la mostra Alberico Morena xilografo. Un piccolo mondo sospeso; nell'occasione viene presentato al pubblico il volume Alberico Morena. Opera xilografica 1947-2006. Catalogo generale, a cura di Nicola Micieli edito da Bandecchi & Vivaldi di Pontedera.
Attraverso una cinquantina di xilografie e alcuni dipinti, il visitatore può entrare nel mondo figurato dell'artista, carico di suggestioni, meraviglia e poesia. Nato a Gubbio, Morena ha frequentato a Urbino la "Scuola del Libro" sotto la guida di Francesco Carnevali e dal 1956 vive a Spoleto dove ha diretto l'Istituto d'Arte negli anni che vanno dal 1961 al 1977.
Nel 1989, la città del "Festival dei Due Mondi" ha reso omaggio a Morena all'interno della XXXII edizione della manifestazione, con una mostra antologica il cui catalogo contiene interventi di Dino Carlesi, Valerio Volpini e Nicola Micieli.
Le opere del nostro sono fortemente legate alla sua terra d'origine, l'Umbria, presente in alcuni elementi connotativi che divengono memoria visiva di Morena; si veda le numerose tavole dedicate alla "Corsa dei Ceri" di Gubbio che si tiene ogni 15 maggio in onore di Sant'Ubaldo oppure alcune xilografie in cui l'autore descrive elementi architettonici che caratterizzano le città della sua esistenza, fino ad arrivare al rapporto tra natura e uomo, colto nel lavoro della terra, rigenerato ad ogni passaggio di stagione.
Spesso, le scene scaturite dall'immaginazione di Morena sono abitate da simpatici "omini" (in alcune l'attento osservatore può scorgere tra le masse umane il volto barbuto dell'artista) colti in atteggiamenti ludici o lavorativi accostabili alle figure che animano il "teatro delle meraviglie" messo in scena dal fiammingo Pieter Brueghel.
Così si dispongono momenti di convivialità umana; si osservino le tavole La scampagnata, Il coro oppure la Spiaggetta, curiosa per la particolarità del soggetto all'interno della produzione dell'artista, che delinea una serie di oziosi personaggi ritratti durante una calda giornata estiva.
Alle volte Morena preferisce confrontarsi con la solitudine dell'esistenza, non abbandonando mai una sottile ironia come nell'opera Uomo di basse vedute, dove Alberico si ritrae mentre emerge da un tombino di una strada pavimentata.
Di grande interesse sono i soggetti forse più "difficili" da comprendere in cui rimaniamo affascinati davanti al mestiere dell'umbro; si veda opere come Meloni, Limoni e La mia tovaglia bella, nella quale ci perdiamo ad osservare la trina del tovagliato, resa nella sua materiale consistenza per mezzo della tecnica xilografica.
Il visitatore si può soffermare davanti al trittico titolato Attesa; in questi lavori, è condotto in un viaggio dell'esistenza, dinanzi a lui si apre il teatro dell'arena mentre sta aspettando che si svolga il rito della corrida. Morena scompagina la rappresentazione proponendoci prima un solo spettatore sugli spalti, successivamente il pubblico in attesa degli attori del rituale ed infine, nella terza tavola, colloca il toro, da solo sul palcoscenico dove si compirà il suo destino. Nella mostra vengono accostati alle celebri grafiche alcuni dipinti del maestro, dove ritroviamo intatto il suo messaggio creativo, come sottolineato da Micieli nel libro Alberico Morena pittore: «Uno è il mondo poetico, identico il coacervo di umori, emozioni, sentimenti, riflessioni che muove l'incisore/pittore a raccontare con decifrabili parabole la propria visione degli uomini e delle cose. Che gli appartengono, in quanto li riconosce portatori di una cultura che egli condivide, li sente affratellati da un destino comune».
La pittura sembra una necessità per Morena di trascrivere sulla riposante tela gli sforzi applicati nella tecnica incisoria; se infatti questa non permette correzioni in corso d'opera del lavoro minuzioso di sottili trame segniche impresse sul legno, attraverso la tecnica ad olio, Alberico può attuare ripensamenti e correzioni, pur rimanendo sempre ligio nella costruzione della composizione, dove il dispiegamento del colore è libero di delineare sinteticamente i soggetti che in xilografia vengono decantati dal lungo percorso esecutivo.
Ricordiamo infine come l'opera di Morena sia collocata in prestigiose raccolte pubbliche italiane e straniere tra le quali quelle del Museo della Xilografia di Carpi, della Civica Raccolta di Stampe Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano, del Museum of Modern Art di New York e del Philadelphia Museum of Art di Philadelphia.

Michele Pierleoni in Arte a Livorno e oltre confine Aprile / Maggio 2010.




Il magnifico mondo di Morena alla galleria Athena

Livorno - Alberico Morena presenta una cinquantina tra xilografie e dipinti, che raffigurano il suo mondo poetico con il suo linguaggio figurativo un po'fanciullesco. Una sorta di racconto, magnifico per creatività e simbolismo, in cui scorrono le immagini di vita quotidiana, con i suoi affanni e le sue gioie, con strade e piazze, che sono il mondo a volte rassicurante a volte inquieto, di una esistenza che scorre nei suoi affetti e affanni. Nato a Gubbio nel 1926, Alberico Morena risiede e lavora a Spoleto. Ha frequentato il corso di perfezionamento dell'Istituto Statale di Belle Arti di Urbino, la famosa "Scuola del Libro", diplomandosi nel 1946 sotto la guida di Francesco Carnevali. Dal 1951 al 1956 ha insegnato Tecnologia Tipografica nella Scuola per le Arti Grafiche di Città di Castello. Trasferitosi a Spoleto nel 1956, ha diretto il locale Istituto d'Arte dal 1961 al 1977. Lo attesta una xilografia del 1946 (La corsa dei ceri a Gubbio), eseguita quando era ancora studente e già ispirata ai valori che avrebbero nutrito il suo immaginario di pittore e soprattutto di incisore xilografo incline al racconto, tra assorto e pungente, che propone su carte su tela. Nella sua biografia si legge: "Agli anni formativi trascorsi nel prestigioso Istituto urbinate Morena deve l'amore per l'arte severa dell'incisione su legno di testa e la convinzione che il "mestiere" sia parte integrante del processo creativo. Ha saputo mantenere alle proprie partiture quella sobrietà di enunciazione visiva che imprime naturalezza al suo sospeso mondo lirico.
Alla pittura Morena si è dedicato parallelamente e non mai in margine alla xilografia, in piena corrispondenza tematica e formale, per quanto con minore assiduità e senza mostrarla, se non sporadicamente in concorsi giovanili e in rassegne, per cui i dipinti eseguiti dagli anni Cinquanta a oggi sono praticamente inediti, sconosciuti anche ai più assidui amatori delle sue stampe. Ciò spiega la ragione per cui non si trovino riferimenti alla pittura nei saggi e negli articoli dedicati sin dai primi anni Cinquanta alla sua opera. Al contrario, le peculiarità poetiche e linguistiche delle xilografie sono state dalla critica / più volte, e sempre con unanime e lusinghiero giudizio, evidenziate e gratificate con importanti riconoscimenti nei maggiori premi del settore, in Italia e all'estero". Morena è sempre vissuto tra Gubbio, Spoleto e Urbino ha fissato la propria "geografia" di vita tra l'Umbria e le Marche, "sullo sfondo d'un paesaggio dolcemente ondulato in cui sono diffusi e leggibili i segni sedimentati delle civiltà che vi sono fiorite". Ma soprattutto pensa che la vera biografia d'un artista sia quella espressa nelle opere, esposte in numerose collezioni private italiane e straniere. Dell'artista in galleria la monografia dell'artista di Nicola Micieli, edito da Bandecchi-Vivaldi di Pontedera. Fino al 26 giugno 2010 a Livorno galleria d'Arte Athena, via di Franco 17.

scritto dal sito web Costaoverst

Alla Galleria d'Arte Athena il "piccolo mondo sospeso" di Alberico Morena

Nicola Micieli, fine conoscitore dell'artista eugubino, racconta il valore dell'affascinante mostra personale proposta in occasione dell'uscita del catalogo generale da lui curato sull'opera xilografica dell'autore

"Alberico Morena xilografo. Un piccolo mondo sospeso" è il titolo della mostra ospitata nei locali della Galleria d'Arte Athena dal 5 al 26 giugno 2010. Qual è l'importanza di quest'evento incentrato sul lavoro di questo straordinario maestro dell'incisione?
Innanzitutto ci tengo a dire che sono stato molto felice di aver curato il progetto di questa esposizione livornese, perché, mi sono occupato e tutt'ora mi occupo di Alberico Morena succedendo a Dino Carlesi, che è stato il primo presentatore della sua opera xilografica nel catalogo generale dal 1954 al 1977, edito dalle Edizioni Graphis Arte di Livorno a cura di Giorgio e Guido Guastalla. Del resto, in generale, dalla Toscana Morena ha ricevuto molto dal punto di vista editoriale, in quanto i cataloghi ed i libri più autorevoli a lui dedicati sono usciti proprio qui. Quindi, credo, che intanto la decisione di questo gradito ritorno a Livorno sia di per sé molto significativa. Inoltre questa mostra è molto rappresentativa vista la strettissima collaborazione con lo stesso Morena, insieme al quale, di concerto con la Galleria d'Arte Athena, abbiamo scelto le opere.
Che tipo di taglio ha deciso di dare a questa preziosa rassegna monografica?
In questa mostra e nel saggio introduttivo in catalogo ho voluto parlare di Morena guardando a quel suo "piccolo mondo sospeso", che anima le sue opere. Un mondo ideale, ovviamente: non mitico e fuori dalla storia né metafisico, nel senso di trascendente il reale fenomenico, bensì consegnato a dimensione evocativa dello spazio e del tempo. Luogo della memoria ove rifluiscono, teatro ove si manifestano umori e trasalimenti, sogni e bisogni, letizia e malinconie, eccitazioni e abbandoni dell'uomo. Da questa considerazione ne è scaturita un'esposizione frutto di un'accurata selezione di una cinquantina di opere, che ha permesso di offrire una suggestiva panoramica dell'arte di Morena, seppur nell'esibizione, in pratica, di un quinto del suo lavoro complessivo di incisore. Ad una serie di xilografie pubblicate nel catalogo generale provenienti dallo studio dello stesso autore ed ascrivibili ai suoi ultimi venticinque anni di attività si è affiancato un piccolo gruppo di dipinti gentilmente concessi da collezioni private, che sono da ritenersi rimarchevoli all'interno della produzione assai ridotta dell'artista per quanto attiene la pittura ad olio. Nel percorso espositivo sono state inserite soprattutto le opere realizzate dagli Anni Ottanta sino alle ultime del 2006, racchiudendo così un consistente periodo della sua produzione. Tale rassegna ha permesso di mostrare comunque tutti i soggetti, persino i più antichi trattati in stampe oggi pressoché introvabili, perché Morena li ha ripresi nel corso della sua carriera in momenti diversi. Di questo ne è un'eloquente esempio "La Corsa dei ceri di Gubbio", una delle prime incisioni del 1950, che presenta un tema riproposto dall'autore negli anni successivi.
In definitiva cosa attrae di più nella magia del "piccolo mondo sospeso" di Alberico Morena, laddove anch'egli stesso si ritrova più volte ritratto?
Nelle xilografie di questo autore c'è una realtà che si osserva nella quotidianità e la vita individuale è inserita in quella collettiva. Gli atti, i comportamenti, le reazioni, i riti e le liturgie, che riguardano la vita di questo "piccolo mondo", sono quelli di un luogo non temporalmente identificabile. Tuttavia dall'iconografia dei soggetti si potrebbe probabilmente parlare di un'età di passaggio, perché c'è molto della società contadina e non manca quella industriale. In vari lavori ci sono delle macchine, ma queste non sono certamente quelle futuriste, che proiettano i ruoli della vita moderna. Queste macchine, di frequente ferme, vengono caricate quasi fossero un camion. C'è molta ritualità in tutte le immagini di Morena, dove spesso egli stesso si colloca da uomo che guarda o aspetta. È abbastanza difficile che sia dentro la folla nonché che agisca con essa. Quando c'è è sempre fermo, mentre ci guarda. Talvolta rappresenta anche la solitudine, altre ci interroga. E ancora nelle sue xilografie si riscontra una certa ironia. Per lui, in fondo, è una consolazione esserci. Tra le altre, vi è un'incisione che è portentosa: "Uomo di basse vedute", in cui Morena si ritrae nell'atto di uscire da un tombino di una strada pavimentata. In tutte queste opere c'è tanta ironia quanta meraviglia. Siamo in un tempo della metafora, dell'allegoria, che vuole sospendere per cogliere quanto non cambia nella vicenda umana. Non c'è, però, moralismo, c'è partecipazione, semmai malinconia per la percezione dell'impossibilità di realizzare il grande sogno ossia quello idealista di liberarsi. Di sicura attrazione sono, senz'altro, "le attese", che rimandano a quelle della vita. Sono apologhi non sentenziosi. Il mondo di Morena è esplicito, dichiarato, pieno di stupore e di incanto. Carico di suggestioni é ricco di mistero. Tutto è osservato con uno sguardo limpido, realistico e raccontato per sintesi, con un rigore compositivo impeccabile.
Quale tipologia di personaggi rappresentano i famosi "omini" di Morena, emblema della sua opera?
L'artista ha sicuramente tradotto una figura, che è divenuta tipica nella sua produzione, in una gamma enorme di variazioni: "l'omino", che, assomigliando un po' ai contadini delle saghe fiamminghe richiama alla memoria Pieter Brueghel il Vecchio. I suoi "omini" sono figure che potremmo considerare formiche o abitatori di un alveare, tutti uguali, però molto diversi nelle espressioni, perché ogni espressione corrisponde ad un comportamento e ad un tipo psicologico. In ognuno di essi si riconosce un aspetto del modo di essere della collettività.
In occasione della mostra alla Galleria d'Arte Athena è stato presentato il catalogo generale dell'opera xilografica di Morena da lei curato. In quale maniera questo volume fornisce un più ampio ed aggiornato contributo essenziale alla conoscenza dell'artista?
Nell'ambito dell'incisione xilografica detta "di testa" Morena è una presenza artistica del Novecento davvero di altissimo livello. Le sue opere si trovano in numerose raccolte pubbliche italiane e straniere tra cui, solo per citarne alcune, l'Opera Bevilacqua La Masa di Venezia, La Galleria d'Arte Moderna di La Spezia, la Galleria Ricci Oddi di Piacenza, la GAMC di Viareggio, il Museo della Xilografia di Carpi, il National Museum di Stoccolma, il Museum of Modem Art di New York ed il Philadelphia Museum ofArt di Philadelphia. Egli è nato a Gubbio e vive a Spoleto. Ha 84 anni. Non incide dal 2006, perché non ha più né la mano né l'occhio giusti per la fatica della "incisione di testa", che richiede legni duri, quali quello di pero da incidersi trasversalmente alle fibre con il bulino singolo o a pettine. Si tratta di una tecnica non lontanissima rispetto al "legno di filo", che, invece, segue la polpa del legno e si può scavare con più facilità prestandosi all'incisione sgorbiata. La longeva ed appassionata dedizione di Morena alla xilografia è un aspetto di grande valore artistico ed umano. Non a caso la copertina del catalogo è un parziale di una xilografia, che avevo pubblicato precedentemente e che rappresenta molto bene l'opera xilografica di questo artista. Alle spalle dei due soggetti in primo piano vi é una catasta di forati da sei, la cui immagine è tagliata per lasciarla immaginare all'infinito alla stregua di un altissimo gigantesco grattacielo. Questa è la xilografia: da un segno dopo l'altro si costruisce un mondo. Essa é un risultato di pazienza, di applicazione, di idee molto chiare, perché in questa tecnica adottata da Morena non è ammesso lo sbaglio. L'errore significa buttar via tutto ed ecco allora il lavoro paziente, che poi corrisponde pure ad una filosofia di vita. Questo catalogo generale, contenente una ricchissima bibliografia, fornisce una visione completa dell'opera xilografica dell'autore dal 1947 al 2006. Nel volume sono riprodotte anche, in formato ridotto, le 88 xilografie registrate nel precedente catalogo generale "Morena. Opera grafica completa 1954 - 1977" edito dalla Graphis Arte di Livorno, alle cui schede sono stati aggiunti, ovviamente aggiornati al 2009, i dati relativi alla bibliografia delle singole opere che là non comparivano. Infine sono riprodotte altresì alcune xilografie eseguite fino al 1977, ma che non compaiono nel catalogo Graphis Arte.


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L'intera opera xilografica di Morena di quanti pezzi consta?
Sono 209 incisioni. Naturalmente mancano perché non più reperibili. La ragione è che Morena ha distrutto tutte le incisioni, sia quelle eseguite alla Scuola del Libro di Urbino, sia quelle di quando, egli afferma, cercava la sua via. A Urbino si è diplomato nel 1946 sotto la guida di Francesco Carnevali e la prima incisione reperibile è del 1950. In questi quattro anni ha lavorato, ma non ha conservato niente, ha distrutto tutto. C'è solo una serie di piccole incisioni eseguite a corredo del libro di poesie di Umberto Marvardi, "Preghiere", stampato nel 1947, che sono pubblicate nel catalogo generale per la prima volta.
Quali sono i premi più prestigiosi vinti da Alberico Morena?
L'artista apprezzato dalla critica con lusinghiero giudizio proviene dalla celebre Scuola del Libro di Urbino, un istituto d'arte specializzato, che ha avuto tanto grandi maestri quanto altrettanto grandi allievi, basti ricordare Gulino, lo stesso Morena, Ciarrocchi e Castellani. Ad Alberico Morena non sono mancati alti riconoscimenti. Egli ha vinto i maggiori premi specifici nell'ambito della Grafica. Tra i tanti vi sono quelli ricevuti alla Quadriennale di Roma, all'Internazionale del Bianco e Nero di Lugano, alla Biennale della Grafica di Venezia e al Mithed Bordeke Price di Philadelphia.
Marcello Venturoli nella presentazione al catalogo dell'antologica alla Casa di Sant'Ubaldo a Gubbio nel 1982 scrisse: "Morena è l'unico grafico della mia vita che io non abbia voluto scaraventare nel paradiso della pittura, che mi sia piaciuto per quello che è, un formidabile colorista del bianco e nero, un delizioso sintetista di analisi compositive". Secondo lei, peraltro, in quanto autore di "Morena pittore" edito da Bandecchi & Vivaldi nel 2001, che genere di rapporto lega alla pittura questo artista?
Alberico ha sempre dipinto. Nel volume da me dedicato all'argomento sono stati pubblicati tutti i quadri reperibili presso collezioni private e quelli dei quali si aveva almeno un fotocolor. Questi sono poco più di una sessantina rispetto ad una produzione complessiva di un centinaio di pezzi. I dipinti da un punto di vista iconografico, ovviamente con differenze tecniche e stilistiche, sono del tutto omologhi alle incisioni tante vero che i soggetti spesso o suggeriscono quelli dell'incisione o sono derivati da queste. Tecnicamente la pittura è fatta a stesure molto pulite, totalmente registrate e di un rigore compositivo assoluto, che corrisponde a quello delle incisioni. Tuttavia anche quest'ultime sono fatte in qualche modo a stesura nel senso che Morena tende ad ottenere una sorta di tarsia di grigi, cioè una variazione di neri e di grigi, riscontrabili nelle incisioni all'incirca degli anni Settanta in quanto le prime erano più espressioniste. All'inizio erano più accentuati i contrasti dei bianchi e dei neri, ma in seguito arriva proprio ad ottenere delle variazioni di grigi, vero e proprio carattere distintivo della sua incisione. Egli con la xilografia ottiene valori e differenze di grigi, che neanche gli acquafortisti ottengono. Verosimilmente solo Nunzio Gulino e il nostro Giuseppe Viviani possono vantare nella loro opera una corrispondenza e una ricchezza di variazioni sulla scala dal bianco al nero assoluto. Sono pochi gli acquafortisti che riescono ad ottenere questi risultati e lui li ottiene incidendo il legno. L'opera pittorica di Morena non è stata quasi mai esposta, poiché l'artista non ha tenuto neanche una personale di pittura. I suoi dipinti dopo essere stati eseguiti sono stati subito ceduti ai collezionisti o presentati in margine a mostre xilografiche, per cui mi è parso giusto, a parte il lavoro che feci a suo tempo, riproporre nella mostra livornese alcune significative immagini accostandole alle xilografie. Si tratta di una piccola rappresentanza esemplare di solo cinque dipinti riprodotti nel catalogo generale, di cui ben quattro provengono da collezioni private toscane.
Chi è, secondo lei, il Morena che traspare dalle sue xilografie e dai suoi dipinti se, di fatto, per lui, la biografia di un'artista si condensa nelle sue opere?
Alberico è un uomo che si è dedicato all'arte, alla scuola, è stato direttore dell'Istituto d'Arte di Spoleto per molti anni ed ha inciso. L'opera incisoria lo ha assorbito totalmente. Ogni matrice sua comporta mesi di lavoro e tanto impegno richiede la sua pittura. E' un uomo di spiccata acutezza, un grande osservatore. Un uomo che diresti quasi timido, ma solo per la sua speciale e profonda riservatezza. Quindi il suo è uno sguardo, che cerca di comprendere il mondo, di penetrarlo e di aderire alle sue cose senza alcuna intemperanza. Questo corrisponde perfettamente al suo mondo xilografico. Direi che in definitiva la sua biografia non ha alcunché di eccezionale. E' proprio nella normalità del vivere, di quel suo vivere partecipando, che si è svolta la sua esistenza e questo è quanto traspare nelle sue opere.
Alberico Morena ha mantenuto una solida, mirabile coerenza nella scelta del suo mondo poetico e nel suo modo di lavorare. Lei quale collocazione gli darebbe nella compagine della storia dell'arte del Novecento?
Direi che questo artista ha lavorato in assoluta estraneità a quella che è stata l'evoluzione, lo sviluppo e l'articolazione dei movimenti succedutisi a partire dal Secondo dopoguerra. Il clima temporale suo sarebbe più quello del Primo Novecento, perché nella sua opera si determina un vero e proprio clima di Realismo Magico e anche un certo clima metafisico. Egli é un incisore di racconto della vita, dei suoi momenti e dei suoi aspetti. Pertanto è un artista anomalo rispetto alle evoluzioni, perfino della xilografia stessa, la quale è stata usata in termini più espressionisti che non di Realismo Magico come ha fatto lui. Ma in definitiva non è stato un problema suo quello si sentirsi calato in un tempo e di essere "attuale". Il tempo suo è quello dell'animo. In questo senso è estraneo a ciò che di variabile c'è in quello esterno ed in quello della cronaca artistica. Individuato il suo mondo poetico con grande coerenza, ma non in modo ripetitivo e monotono, Morena ha seguitato ad indagarlo per oltre cinquantanni creando opere capaci di suscitare sempre un notevole interesse.
Lei segue l'opera di Morena oramai da tempo. In che modo è nata e si è sviluppata la vostra conoscenza?
Conosco questo maestro da trent'anni. Ci siamo incontrati tramite Dino Carlesi, il critico che si è interessato prima di me alla sua figura ed alla sua opera, quando io già apprezzavo molto la sua arte incisoria. Da allora sono stato invitato alle mostre, ho redatto scritti su di lui per diverse riviste, ho curato una monografia sulla sua pittura ed il catalogo generale della sua xilografia. Infine, grazie anche alla possibilità di poterlo frequentare personalmente, ho potuto sempre più approfondire lo studio sul suo lavoro.

Silvia Fiorabracci Arte a Livorno e oltre confine Giugno / Luglio 2010




La luce "viva" nelle opere di

ANCHISE PICCHI


Alla Galleria Athena un'ampia antologica incrementa la conoscenza sulla figura e l'opera di un artista autentico, protagonista di due importanti eventi, che permetteranno di arricchire le raccolte del Museo "Giovanni Fattori" di Villa Mimbelli e della Fondazione Cassa di Risparmi di Livorno.

di Silvia Fierabracci Caporedattore di "Arte a Livorno e oltre confine"

Geniale, fecondo autore di mirabili opere dall'incomparabile impatto emotivo, Anchise Picchi, ha assistito alle trasformazioni del Novecento e ai primi bagliori del XXI° secolo. Nei suoi quadri, nelle sue sculture, nei suoi disegni, segnati da un singolare vigore estetico, vi è un'anima profonda in grado di porre ineludibili domande su svariati temi universali, cardini di ogni tempo. Personalmente ricordo di aver avuto modo di apprezzare da vicino questa sua inestimabile dote di comunicatore di notevolissimo spessore durante il nostro breve incontro, avuto per la recensione sullo "Speciale Rotonda 2004" di "Arte a Livorno e oltre confine"della sua personale, che sanciva il suo atteso ritorno, a distanza di circa quarantasei anni, alla nota manifestazione artistica in qualità di graditissimo ospite.
Seduto sulla sua poltrona Anchise Picchi mi dette subito l'impressione di un grande saggio. Quella conversazione, avuta dopo aver visionato con Lido Pacciardi, nipote dell'artista, una notevole quantità di magnifiche opere realizzate con le tecniche più disparate, eppure segnate da uno stile inconfondibile, fu davvero illuminante. Uomo di cultura, appassionato dei classici, egli era un artista autentico profondamente calato nel suo lavoro, sempre pervaso da una costante ricerca risolta nella relativa individuazione di nuovi traguardi raggiunti con una rigorosa lettura del Passato ed un'attenta osservazione del Presente. Purtroppo, soltanto qualche anno più tardi, il 13 novembre del 2007, questo grande artista ci ha lasciati.
A lui, oggi, la Galleria Athena di Livorno ha dedicato, dal 10 ottobre al 7 novembre 2009, un'ampia antologica, la prima dalla sua scomparsa. Nato a Crespina nel 1911, Anchise Picchi dalla metà degli anni Venti si sposta a Collesalvetti, terra alla quale rimane sempre molto affezionato e dove dalla metà degli Anni Settanta sceglie di vivere e fissare definitivamente il suo studio. Voce eloquente nel contesto artistico culturale del suo tempo, egli non manca di relazioni e amicizie con celebri personalità del Novecento, tra i quali Carlo e Luigi Servolini, Salvatore Pizzarello, Fortunato Bellonzi e Pietro Annigoni. Con Livorno Anchise Picchi instaura un forte legame sia artistico che affettivo a partire dal 1956 quando apre il suo Studio in Via della Madonna, frequentando i principali rappresentanti del Gruppo Labronico: Gino Romiti, Corrado Michelozzi, Landò Landozzi, Ferruccio Rontini, Cafiero Filippelli e Renato Natali, con il quale instaura una sincera e sentita amicizia. In seguito l'artista si trasferisce in Via Fiume e ancora in Piazza Cavour, in uno studio sopra il bar Bristol, nel quale esegue dalla fine degli anni Sessanta alcune opere particolarmente apprezzate da Luigi Servolini, che nel 1978 gli firma la presentazione in catalogo alla sua principale antologica tenuta a Palazzo Strozzi a Firenze. In virtù di questo considerevole rapporto la mostra livornese si pone quale ulteriore contributo allo studio ed alla divulgazione dell'opera di questo maestro del Novecento Toscano, mirando altresì a valorizzare un significativo momento artistico culturale della storia della città. Per questo nessun altra occasione poteva essere più indicata di questa per annunciare la donazione al Comune di Livorno da parte del Comitato Promotore dell'Opera di Anchise Picchi del quadro "I profughi", ispirato al racconto di Renato Fucini "Vanno in Maremma", tratto da "Le veglie di Neri". Il meraviglioso olio su tela del 1947, scelto in quanto ascrivibile nel solco della tradizione macchiaiola e post-macchiaiola e per la rilevanza del riferimento letterario, entrerà a far parte della raccolta del Museo Civico "Giovanni Fattori" di Villa Mimbelli. Inoltre è recente il contributo della Fondazione Cassa di Risparmi di Livorno al Comitato per la fusione in bronzo della scultura"! putti musicanti (L'albero della vita)". L'opera, attualmente in fusione a Pietrasanta alla fonderia Mariani, proviene dalla stupenda lunetta in legno di noce scolpita da Anchise Picchi per il talamo nuziale del nipote Lido e della sua sposa. Apprezzata da Pietro Annigoni che la definì un «bassorilievo pittorico», l'opera, una volta debitamente patinata, andrà ad inserirsi tra le altre già appartenenti alla collezione della Fondazione.

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La magia della rappresentazione del vero nel mondo pittorico di Seve Sospizio

Un'ampia retrospettiva tenuta alla galleria Athena, è tornata ad esibire a Livorno le opere dell'artista umbro, stimato, sin dai suoi esordi, da Giorgio De Chirico, che nel 1945 lo ritenne «una rivelazione». Alla base di questa scelta, come racconta il curatore della mostra Michele Pierleoni, vi sono alcuni più aggiornati studi, pubblicati in un nuovo volume incentrato su questa straordinaria personalità del Novecento.

La galleria Athena dall'8 al 31 agosto 2009 ha ospitato una mostra dedicata a Seve Sospizio. Presenza e voce importante nel contesto del Novecento italiano ed europeo, questo pittore, autore di straordinarie opere contraddistinte da singolare bellezza e armonia, a distanza di undici anni dall'ultima retrospettiva a lui dedicata è tornato al centro dell'attenzione della critica con l'attuale uscita del volu­me, edito da Artigraf Firenze, "Seve Sospizio (1908 - 1962)" di Ferdinando Donzelli con la prefazione di Simonella Condemi, Vicedirettore della Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Pitti. Come è nata l'idea di questa particolare rassegna monografica di alto valore artistico – culturale?

Dopo aver visto la pubblicazione dell'autorevole studioso fiorentino, fine conoscitore della pittura Toscana dell'Ottocento e del Novecento, io e la mia famiglia, nella nostra attività di galleristi, abbiamo ritenuto utile fornire un nostro supporto alla giusta valorizzazione dell'arte di Seve Sospizio con una ricca mostra in grado di offrire un panorama significativo sull'opera di questo interessante artista, che a buona ragione merita una ancor più idonea collocazione nella storia del Novecento. Innanzitutto devo dire che a seguito della più recente ed esaustiva retrospettiva proposta nel maggio scorso a Firenze, curata da Ferdinando Donzelli proprio per la presentazione del suo volume, sono stato lieto di riproporre l'opera di questo pittore, mai più esibita a Livorno dal 1954 ossia dall'anno della sua riuscita personale alla Galleria Giraldi. L'esposizione ha riscosso un discreto successo tale da farmi constatare con vero piacere quanto essa sia risultata di notevole interesse principalmente per il collezionismo. Del resto noi conoscevamo già la pittura di Sospizio sia attraverso le esposizioni degli anni passati sia attraverso i relativi cataloghi, tra cui quello della importante retrospettiva del 1979 al Chiostro di San Marco a Firenze con la presentazione di Tommaso Paloscio. Quindi, confortati ulteriormente da questi nuovi studi sulla figura e sull'opera di questa preziosa identità artistica del Novecento, abbiamo deciso realizzare una rassegna, che, grazie al periodo preso in esame, mettesse in luce diversi dei dipinti più significativi di Sospizio. Il risultato e stato una considerevole carrellata volta a contri­buire ad una attenta divulgazione della sua opera presso i pubblico spaziando dalla biografia dell'uomo e del l'artista agli elementi essenziali ed evolutivi di una pittura di alto valore, che mira ad un grande impatto emotivo nel coinvolgimento del suo spettatore.

C'è un aspetto dell'arte di Sospizio che più altri ti ha motivato in qualità di curatore nell'affrontare l'argomentazione di questa mostra?

Fondamentalmente è stata la curiosità verso la tipologia della sua pittura a guidare il progetto espositivo anche se naturalmente ha giocato un ruolo determinante l'importanza di questo artista, le cui opere si trovano in prestigiose collezioni pubbliche e private. In particolare un suo "Autoritratto" del 1943 figura nella collezione degli autoritratti della Galleria degli Uffizi, mentre il suo grande dipinto "I Guitti", dopo il successo della sua seconda personale tenuta nel capoluogo toscano nel 1945 presso la Galleria «Firenze» fu acquistato dalla Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Pitti. Infine mi piaceva presentare proprio a Livorno le opere di un artista, che, pur praticando una pittura lontana dai canoni dalla "Tradizione" labronica, veniva sulla nostra costa a dipingere immortalando alcuni tratti di Antignano e Quercianella sulle sue splendide tele.

In quale modo è stato articolato il percorso espositivo?

Per la mostra ho selezionato 25 opere, che hanno abbracciato un po' tutti i soggetti trattati da Seve Sospizio, dagli autoritratti ai paesaggi alle maschere includendo anche una delle uniche quattro acqueforti da lui realizzate.

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Oltre ad una decina disegni, infatti, nel 2004, è stato accolto nel prestigioso patrimonio dell'Ente il dipinto di grandi dimensioni "La raccolta delle olive" del 1975, esposto nel 2007 nello stand della Fondazione Cassa di Risparmi di Livorno al Premio Nazionale di Pittura Scultura e Grafica "Rotonda", al quale Anchise Picchi era stato invitato in qualità di artista d'onore. Attualmente nell'intento di proseguire nella promulgazione dell'opera del maestro vi è, infine, l'intenzione di dedicargli una sezione del futuro museo della Fondazione stessa. Organizzata in collaborazione dalla galleria con il Comitato Promotore questa nuova antologica è stata corredata da un corposo catalogo edito da Bandecchi & Vivaldi a cura di Michele Pierleoni, Storico dell'Arte e di Lido Pacciardi, Presidente del Comitato per la promozione dell'opera pittorica, grafica e scultorea di Anchise Picchi. Il florilegio delle opere scelte ha offerto un accattivante excursus sulla pittura dell'artista attraverso una panoramica dei vari periodi tale da mettere a fuoco tutte le varie tematiche affrontate dall'autore con tecniche sempre differenti. Sono state appunto, esibite, opere altamente rappresentative delle cosiddette "Prima, Seconda e Terza maniera", spaziando dalla pratica post-macchiaiola, alla tecnica mista (prevalentemente basata sulla combinazione di carboncino, pastello trasparente ed olio) fino al neodivisionismo e al post-divisionismo, resi unici dalla preparazione del fondo. Il tutto coronato da diverse testimonianze della sperimentazione di moltissime tecniche, che giungono negli anni Novanta alla Pittura digitale con alcune stampe di piccolo formato, tra le quali spicca per il tema di attualità affrontato "Il Testimone muto", laddove un gattino guarda una nave, che brucia in mezzo al mare rievocando il disastro della Moby Prince.
Tuttavia fulcro di questa antologica è la luce, quella luce, che vive nelle opere di Anchise Picchi. Le immagini dipinte dall'artista non sono mai consolatorie, esse ci interrogano, spesso i loro soggetti non ci L'opera donata dal Comitato promotore dell'opera di Anchise Picchi al Comune di Livorno. Anchise Picchi, "I profughi", olio su tela, 1948 guardano, sono di spalle, disposti ad incamminarsi verso una luce che non definisce il paesaggio. Del resto Anchise Picchi aveva anche una precisa conoscenza dell'arte classica e della pittura italiana, che gli ha permesso di ben definire quel suo "Simbolismo", protagonista indiscusso di opere altamente suggestive, nelle quali le figure sono erette ad archetipi universali.
Ecco allora che nel percorso espositivo hanno trovato posto emblematiche opere, tra cui "Il boscaiolo", raffinato pastello su cartone del 1943 nel quale si evince tutto il senso della fatica dell'uomo nel lungo percorso della vita e "Giorno di Pioggia"del 1954-55, che, come spiega il curatore della mostra, Michele Pierleoni, nel suo saggio è «la prima composizione dedicata all'uomo con ombrello in cammino verso il nulla del proprio destino», in cui Anchise Picchi «si confronta con un tema caro agli artisti del Novecento, felicemente preannunciato dal maestro Giovanni Fattori nella sintetica acquaforte"!! Viandante"e successivamente piegato al proprio dettato espressivo da artisti quali Lorenzo Viani nel dipinto "Passeggiata notturna sul molo"». Mentre alla fragilità umana di fronte alle avversità ha magistralmente ricondotto l'opera esposta per gentile concessione della Camera di Commercio di Livorno, intitolata "La chiesa di Corea a Livorno" (1979), considerata caposaldo della riflessione dell'artista sulla dualità etica di "Individuo" e "Cristianesimo".
Di rinnovate ispirazioni poetiche novecentesche per l'utilizzo di una luce lenticolare sono, invece, i quadri, che manifestano l'intento del pittore di costruire una sua metafisica. È questo il caso di "Canne al Vento" del 1968-69 e della più tarda "Sesta Sinfonia" del 1976, ispirata al componimento di Beethoven. Le sculture proposte nell'allestimento sono apparse di allettante gusto estetico. In aggiunta ai bellissimi bronzi basti citare due bassorilievi in noce quali "Il Segreto (I due fanciulli)", delizioso gioiello o il più famoso "Ritratto all'amico Renato Natali". Assai ricca la sezione grafica, nella quale al fianco di opere di primo piano, tra le quali "Il Primo Comizio democratico a Collesalvetti" si è potuto finalmente ammirare anche la "Testa di Vecchio" (gessi colorati su cartoncino, 1986-88), che rosa da due "pesciolini d'argento", aveva richiesto un restauro nel 2007. È stato questo l'ultimo lavoro del restauratore ufficiale delle opere di Anchise Picchi, designato da egli stesso con lettera autografa, l'Ing. Piero Ungheretti, che lo aveva terminato la mattina e consegnato la sera all'artista prima della tragica partenza per la Tunisia.
Disposta, quindi, ad una inquadratura assai esaustiva della lunga ed operosa attività di Anchise Picchi, l'esposizione proposta dalla Galleria Athena aggiunge decisamente un tassello necessario al completamento di quel mosaico, che negli ultimi anni si è andato componendo per la giusta collocazione di questa rilevante presenza nella complessa compagine della storia dell'Arte del Novecento, attraverso momenti determinanti, tra cui spiccano l'antologica del 2001 per l'inaugurazione di Villa Carmignani a Collesalvetti e la fondamentale pubblicazione dei due imponenti volumi editi da Bandecchi & Vivaldi nel 2004 e nel 2005.

Silvia Fierabracci, Arte a Livorno,, n°6 Ott/Nov 2009 pag.3. sito.



In generale ho cercato di porre l'accento sugli aspetti più rilevanti della pittura di questo brillante autore senza costringere lo spettatore ad un preciso percorso cronologico. Partendo da questo punto di vista degno di nota è certamente il tema, se vogliamo, un po' picaresco, che si ritrova nei suoi personaggi colti in solitudine. E ancora le sue "maschere" calate in paesaggi di fantasia ricordano alcune creazioni di Goya in chiave novecentesca. La preziosità del tessuto pittorico di alcuni dipinti, invece, mi ha permesso di mettere in luce tutta l'abilità di Sospizio, che sapeva ben schiacciare il colore per poi andare a definire il punto focale dell'opera con delle picco­le pennellate. Ad esempio in "Tronchi di Alberi" del 1941 l'artista con dei piccoli accenni di rosso riesce a darci tutta l'atmosfera dell'ambiente da lui ricreato oppure ancora un tocco di rosso fa emergere la piccola figura inserita nello scorcio paesaggistico di "Arcevia" del 1948.

Ciononostante, forse, quello che più ha contraddistinto questa retrospettiva è stata la rosa delle opere proposte, perché ha permesso di far vedere una pittura colta, raffinata, silente e malinconica, che affascina senza cedere mai agli eccessi.
Sulla scorta di questo fil rouge, pertanto, si poteva visitare la mostra anche saltando da certe realizzazioni degli anni Trenta quali il Ratto delle Sabine in "Allegoria" alla accattivante rilettura del tema cézanniano delle ba­gnanti, che Sospizio affronta in "Bagnanti sul fiume"[Allegoria] per tornare in conclusione, al tema della maschera, decisamente rilevante nel Novecento. Qui insieme alle "Maschere veneziane", laddove si colgono alcuni richiami a Fiorenzo Tornea, risaltava il quadro che, peraltro, si è scelto di riprodurre nell'invito della mostra. Si tratta di "Pagliaccio", un bellissimo olio su tela del 1946 raffigurante un uomo in maschera colto nell'atto di stringere in mano una collana di perle.

Solitario nella vita e nell'arte, Seve Sospizio, che nel suo iter professionale non sembra ricercare onori né vantaggi mercantili, persegue con determinazione la sua vocazione affrontando con dignità persino i momenti più duri analogamente ad altre grandi firme dell'Otto - Novecento italiano ed europeo. Quanto ritieni che possa incidere un tale atteggiamento nella riappropriazione della eloquente esperienza di questo valido pittore in seno al contesto storico - artistico del secolo scorso?

Sicuramente Severino in arte Seve Sospizio è una di quelle personalità artistiche che non mancano, con le proprie scelte di vita e di lavoro, di suggerire riflessioni nonché più aggiornati approfondimenti nello studio della complessa compagine artistica del Novecento permeata, nel compiersi del suo sviluppo, da un lato dalla prosecuzione e trasformazione della cultura romantica, dall'altro dal raggiungimento di nuove frontiere nella piena affermazione delle ultime vere avanguardie. Nato a Perugia nel 1908, Sospizio si forma a Firenze, la città dove si stabilisce dal 1926. Seppur osteggiato dalla famiglia si dedica alla pittura affrontando una fase iniziale nelle ristrettezze economiche. Non potendo disporre di un suo studio, prende a frequentare le chiese ed i magnifici musei fiorentini, tra cui quello de "La Specola", presso il quale si esercita molto nel disegno, specialmente nella anatomia umana. Ma tra i suoi luoghi di lavoro prediletti vi sono anche i caffè, dove lo colpiscono certi frammenti di vita quotidiana da lui poi rappresentati nei suoi quadri come testimonia il suo "Caffè Paszkowski" del 1935.
Sebbene tutto sommato si possa pensare a Seve Sospizio quale eccellente pittore "autodidatta", che segue una tradizione bohemien di numerosi grandi artisti coevi, bisogna riconoscergli, a partire dalla costante perfet­ta padronanza del disegno, la singolare qualità di far tesoro degli insegnamenti di una accademia, che egli non ha potuto frequentare. Così se le sue prime esperienze si confrontano con la "macchia" comprendendone le innovazioni, successivamente tutta la sua pittura rivela anni di studio tanto nella avvertita profonda conoscenza dei maestri del Cinquecento e del Seicento quanto nel geniale, calibrato uso del surrealismo e del divisionismo. In fondo il vero grande merito di Sospizio è quello di saper dirigere con incomparabile maestria le sue opere, nelle quali la rappresentazione del vero diviene accattivante visione. Dunque, evidentemente, nel cogliere il frutto della sua vita artistica credo che si dovrà tener conto della sua ponderazione, assimilazione e sintonia con la propria epoca, perché queste gli hanno indiscutibilmente permesso di farsi attento interprete di una significante parte del Novecento.


Silvia Fierabracci, Arte a Livorno, n°5 sett. 2009 pag.13. sito.

Un mondo di luce nei quadri di Pelagatti

Mostra dedicata al pittore livornese alla galleria Athena

LIVORNO. L'atmosfera è ariosa e sognante. I colori vaporosi ma vivaci, distribuiti sulla tela con una gestualità veloce che a volte manifesta la sua più completa libertà nei cieli, simili a certe opere informali in cui trova più spazio l'istinto e il sentimento rispetto a una volontà puramente realistica. Eppure Dino Pelagatti, pittore livornese che dipinge fin dall'infanzia, resta sempre fedele al linguaggio figurativo. Un linguaggio che nel suo caso ha alle radici la tradizione tipicamente labronica che però rivisita, dando vita a opere personali e immediatamente riconoscibili. La luce ha un ruolo notevole: sempre abbagliante, sembra abbracciare ogni cosa.

Le strade affollate o le nevicate, i mercati brulicanti e gli incontri al caffé, le nature morte e i nudi di donne, così morbide e sinuose. Un mondo che si direbbe congelato, fermo nella tela per raccontare i primi anni del novecento. «Sono un sentimentale, un romantico - racconta - e il mondo che mi appartiene, che mi fa sognare più di ogni altra cosa, non è quello di oggi ma quello degli anni'20 e'30 del'900. Così cerco di raccontare emozioni, storie, pensieri attuali ammantandoli però di un'anima vagamente retrò». Il lirismo di fondo, del resto, è la prima cosa che si nota di questo artista, classe 1932.I suoi occhi nerissimi ed espressivi si accendono quando si parla di musica: quella che ascolta mentre dipinge e che lo guida nei movimenti, accompagnando le pennellate vibranti di colore sulla tela. «Adoro i livornesi Galliano Masini e il grande Pietro Mascagni" si lascia scappare, mentre guarda i suoi quadri appesi alla Galleria Athena. È qui infatti che espone in una personale che racchiude un po' tutto il suo percorso pittorico, attraverso alcune delle sue più importanti opere. La mostra, inaugurata lo scorso weekend, può essere sitata fino al 30 novembre in via Di Franco 17/19 (angolo via Cairoli).

Alice Barontini, Il Tirreno, Martedì 24 Novembre, sito.



La pittura eclettica di Pelegatti in mostra alla galleria Athena

RADICATA nella più autentica tradizione labronica e allo stesso tempo aggiornata sui principali sviluppi dell'arte contemporanea. E' questa, in sintesi, la duplice valenza della pittura di Dino Pelagatti, ospite della gallerìa Athena (via di Franco,) con una rassegna antologica che apre i battenti sabato alle 17. Fin dai suoi esordi artistici, avvenuti negli anni sessanta, Pelagatti ha saputo conservare l'impronta figurativa della scuola labronica, amalgamandone i contenuti con i cambiamenti che, proprio in quegli anni di grandi fermenti, si stavano verificando nelle arti visive. Le sue grandi tele, dove dispiega al meglio la personale vena di colorista, evocano talvolta le atmosfere di alcuni artisti livornesi del passato. Le scene carnevalesche e gli affollati angoli di città suggeriscono ad esempio un parallelo con Renato Natali, ma in quelle stesse opere c'è una inedita componente segnica, tipica della contemporaneità.

I NUDI femminili rimandano a certe morbide figure di Romiti e March, ma l'indefinitezza dei volti sembra alludere più a Bacon. Insomma una pittura eclettica e virtuosistica, volutamente in bilico tra attualità e tradizione. La mostra alla galleria Athena, dove Pelagatti ha esposto più volte nei corso della sua ormai lunga carriera, rimarrà aperta fino al 30 novembre tutti i giorni con orario 9/12,30 e 15,30/19,30. La domenica 16/19,30.


Mario Michelucci, La Nazione, Venerdì 13 Novembre n° 200, sito.





Apre la personale di Stefano Bottosso

Il pittore presenta, nella mostra organizzata a Montalcino, quanto i suggestivi scorci naturalistici e architettonici di questa terra gli hanno trasmesso, restituendoci "la sua" Montalcino.
Il nostro artista ferma sulla tela momenti del giorno, scorci del luogo, suggerendo al visitatore riflessioni sulla bellezza del paesaggio toscano, trasposto nelle sue composizioni. Una pittura meditata, attenta agli effetti luce, si veda ad esempio le due versioni di Tramonto a Montalcino, simili nell'inquadratura del soggetto ma diverse ella resa pittorica e nell'emozione che ci restituiscono.
Così scorrono davanti a noi opere intrise di poesia in cui lo scopo dell'autore è di trasmettere il particolare momento vissuto nell'atmosfera mutevole delle varie stagioni dell'anno.
Il dato che caratterizza tale nucleo di lavoro è la ricerca di una soggetto silente dove l'uomo vive in condizione di osmosi con la natura che lo ospita. Sicuramente aiutato dalla "sobrietà" di questi luoghi, Bottosso ha realizzato dipinti estremamente equilibrati, essenziali e rigorosi nell'impostazione formale, si veda ad esempio Nuvole sulla collina oppure Solitudine, nei quali è restituita pienamente la fragranza di queste terre. Del resto è oramai caratteristica pregnante della pittura di Stefano, codificare i territori da lui visitati per mezzo della propria sensibilità artistica. Se nell'esposizione organizzata a Pordenone nel 2008 dal titolo Terre d'acqua, avevo ammirato le luci dei campi coltivati dall'uomo e il cangiare dei verdi friulani nelle mosse acque dei fiumi, oggi a Montalcino ritrovo tutto il vigore, il carattere e la luce della nostra regione.
Stefano ci concede così in un nuovo viaggio pittorico che ci invita a rileggere, uscendo dall'esposizione, i luoghi fermati nelle sue creazioni con un occhio diverso, attento a quanto possa emozionare la sensibilità di un artista e la nostra, disposta a "osservare" e non semplicemente e superficialmente a "guardare" quanto ci circonda.

Michele Pierleoni