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Ultimo aggiornamento 9 Ottobre 2015 

Vittorio Nomellini

1901 – 1965

Biografia

Vittorio Nomellini
Il 7 giugno 1901 nasce a Genova Victor, figlio di Plino e di Griselda Nomellini. Trascorrerà l'infanzia tra Torre del lago e fossa dell'Abete: erano gli anni in cui la versiliana era frequentata, oltre che da Lorenzo Viviani, dallo scultore de Albertis, da Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, che dedicherà un'ode proprio ad Eros, Tristano, Victor, da Gabriele D'Annunzio, Eleonora Duse, Isadora Duncan, Grazia Deledda, Galileo Chini, tutti amici dei genitori di Victor. A lui Puccini regala dagli Stati Uniti una lanterna magica e librini giapponesi in carta di riso. Tra i suoi compagni di giochi, oltre ai ragazzini della zona troviamo Eros Chini. Nel 1915 l'incontro con Primo Conti col quale rimarrà in stretta amicizia per tutta la vita. Il padre spesso lo porta con sé e lo fa posare per lui come "aureo fanciullo". Frequenta le scuole del luogo: a Viareggio la Scuola Tecnica Pareggiata a Pietrasanta la Regia Scuola di belle Arti "Stagio Stagi". Allora non c'era la scelta dei licei che c'è adesso in Versilia. Per tutta la vita ricorderà glì infiammanti discorsi patriottici di Giosuè Borsi e Vittorio Locchi insieme allo spirito anarchico-garibaldino del padre.
Nel 1916 sarà affermato vicino a Massa mentre cercava di raggiungere le trincee della guerra mondiale. Il pensiero di dover partecipare alla guerra come volontario sarà ricorrente nella sua vita: prima l'Africa Orientale poi la seconda guerra mondiale. Di questo suo vissuto a noi raccontava soltanto gli scherzi che faceva ai commilitoni avendo lasciato ai pennelli la descrizione dei luoghi e degli orrori della guerra. Nel 1919 in un Nomellini si trasferiscono a Firenze. Victor ormai è un pittore che partecipa ai vari concorsi: nel 1923 vince il premio Stibbert; nel 1924 il Premio Luigi Bechi nell'ambito della IV edizione del Premio Ussi. Dal dicembre 1924, dopo la riapertura postbellica, frequenta la Libera Scuola del Nudo presso l'Accademia di Belle arti di Firenze: suoi compagni sono Mario Romoli, Guido Peyron, Massimo Costetti, Romano Dazzi.
Nel 1924 troviamo che, con il Gruppo Labronico, espone nove opere alla Galleria Pesaro di Milano. Nel frattempo diviene da Victor, Vittorio. Partecipa alle biennali di Venezia nel 1924, 1926, 1934, 1942. Dal 1925 trascorre lunghi periodi all'Impruneta dove nascerà il suo primo figlio Andrea. Si può dire che per il suo lavoro sia un periodo di impegno agreste: lavori nei campi, paesaggi e i personaggi imprunetini. Nel 1928 è vincitore all'Accademia di San Luca a Roma del premio M. Werstappen.
Nel 1935 parte all'avventura: va volontario in Eritrea dove resterà fino al 1937. Anche lì i suoi pennelli non si fermano: le Ambe, le marce, i villaggi indigeni, le scaramucce, le fantasie. Queste opere saranno esposte a Napoli (alla Triennale d'Oltremare del 1940) ed in Palazzo Vecchio a Firenze nel 1949 (Amici dell'Africa). Fra il 1937 e il 1941 diventerà socio della fabbrica di colori per artisti Ditta Di Volo in via De Bardi 13 a Firenze.
Il 7 giugno 1939 sposa Florence Bennett sorellastra di Massimo Campigli. Nel 1940 partecipa al Premio Cremona con la battaglia del grano. Nel 1941 va in guerra come tenente dei bersaglieri. Fra il 10 febbraio ed il 5 aprile sul fronte greco albanese, fra il 6 ed il 18 aprile su quello albano - jugoslavo, fra il 19 e il 23 aprile sul fronte greco - albanese: riceve varie croci al valore andando in avanscoperta.
Nel 1942 vince il concorso del Ministero della Guerra per rappresentare la guerra stessa insieme ad un operatore dell'Istituto Luce.

Nell'estate del 1942 è a Napoli e poi a Ischia dove entra in contrasto col comando tedesco e viene mandato al Lagonegro dove come sempre disegna schizza punti da cui trarrà gli argomenti per una mostra a Reggio Calabria nel 1960.
Fra il 6 aprile l'8 settembre 1943 sarà nei Balcani, territori ex jugoslavi, al Quartier generale della II armata. Dopo l'otto settembre torna a casa a piedi con Gabriele Baldini passando da Zagabria e da Trieste. Il suo lavoro di pittore durante la guerra in Albania verrà esposto alla "Prima Mostra degli artisti italiani in armi" a Roma al Palazzo delle Esposizioni. L'8 agosto 1943 muore il padre Plino. Nascono le figlie Barbara e Aurora. Dopo la guerra inizia a seguire con Giovanni Spadolini e altri intellettuali Ferdinando Tartaglia, "L'uomo delle novità" come ebbe scriverne Giulio Cattaneo. Anche con Ferdinando Tartaglia strinse un'amicizia durata tutta la vita. Nel 1952 è nominato Accademico Aggregato alla classe di Pittura dell'Accademia delle Arti del Disegno di Firenze. Nel 1954 - 1962 crea tramite l'I.N.I.A.S.A corsi di mosaico decorativo frequentati da giovani e da artisti interessati a questa tecnica: fu qui che strinse amicizia col il pittore Sirio Salimbeni. Le opere musive realizzate da Vittorio e dai suoi allievi furono esposte con successo al "Chiostro Nuovo" nel 1956.
Nel 1954 esegue un grande mosaico per il Santuario di S. Gemma Galgani a Lucca su disegno di Primo Conti. Fra il 1952 ed il 1959 si cimenterà con soggetti sacri (varie Vie Crucis) rappresentanti la sofferenza umana. Nel 1952 partecipa alla mostra "Mezzo secolo d'Arte Toscana" a Palazzo Strozzi a Firenze. Negli anni sessanta ci saranno numerose esposizioni personali: a Firenze, a Livorno, a Reggio Calabria, a Massa ed a Pisa.
Con Sirio Salimbeni ed un suo allievo andranno spesso a dipingere en plein air nelle campagne dei dintorni. Dal 1955, non frequentando più d'estate Marina di Campo all'Isola D'Elba, si decise di cambiare spesso luogo di villeggiatura. Fu così che mentre noi eravamo sulla spiaggia il babbo dipingeva in giro paesaggi marini: Viareggio, Fiumaretta, Lerici, Marina di Pisa, Manarola.
La domenica mattina spesso ci portavano a visitare i musei fiorentini. Dal 1961 lavora in uno studio a Palazzo Pandolfini con padre Tito Amodei. Fra il 1963 e il 64 insegna al Liceo Artistico di Firenze con Bruno Rosai. Il 6 marzo 1965 muore nella sua casa a Firenze.
Al Premio de "Il Fiorino" del 1965 in Palazzo Strozzi vengono esposte tre opere in suo ricordo. La Galleria d'Arte Modena di Palazzo Pitti a Firenze acquista nel 1959 il dipinto Deposizione e nel 1968 il dipinto Marina al Tramonto.
Sue opere si trovano in numerose collezioni private in Italia e all'estero e nei musei italiani. Fu uomo di raffinata cultura, informata su tutti i mutamenti dell'arte e del pensiero contemporaneo nonché studioso di storia. È rimasto nel suo studio un gran numero di opere nelle quali traspare l'intensità degli avvenimenti vissuti, dei suoi pensieri e della sua passione per la pittura, la sua vera vita. Come scrisse sulla sua tomba il fratello o poeta Alceste:

Amò e modulò con la sua arte
le vivide immagini del mondo.


Opere

  • opere
    Contadine 1926, olio su cartone, 103x70 cm
  • opere
    Processione all'Impruneta 1933, olio su cartone, 90x68 cm
  • opere
    Maria Calabra 1959, tempera su cartone, 70,5x77 cm
  • opere
    Cristo deriso 1953, olio su cartone, 74x60,5 cm
  • opere
    Giaggioli 1962, olio su cartone, 50x70 cm
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Testo Critico

di Riccardo Marchi, Vittorio Nomellini, Livorno Bottega d'Arte, 1960.

Vittorio Nomellini porta con se l'onore l'onere, anzi il peso, del gran nome paterno. Ma è spirito insonne vivace, sdegno di agitarsi, da postero da poco, sulle conquiste gloriose di quell'alchimista delle luci che fu Plino Nomellini.
Diremmo, anzi, che, col trascorrere degli anni, la severa voce paterna lo abbia sempre più sospinto verso una insonne ricerca di sé. La sua fatica, così idealmente sollecitata, ci offre testimonianze tanto più mirabili se si pone attenzione ai mutamenti di gusti, mode e correnti avvenuti in questi ultimi decenni che agirono come incentivi alla confusione delle lingue nei pittori privi di forte personalità e sugli amatori spregiudicatamente avviati alle lucrose avventure.
È appunto dopo questo fortunoso e travagliato lasso di tempo - grave di avvenimenti, trasformazioni e conquiste - che Victor Nomellini si presenta ai livornesi con le carte in regola. Egli è deciso a dimostrare, come dimostra, con frutto del suo lavoro, i modi del suo combattere e cercarsi.
Victor, segna demagogismi ed acrobazie, rivela, sopra ogni cosa, il suo spontaneo inserirsi nella prospettiva di una pittura, moderna sì, ma rivolta all'uomo e non disdegnosa di quel senso dell'umano che, fuor dagli esasperati tecnicismi, rimane il fulcro animatore d'ogni arte che si rispetti. Anche per questo, saluto in Victor Nomellini, non il nome glorioso al quale dona tuttavia nuovo lustro, ma le opere donde traspira, con la conquista e l'affinamento del mezzo espressivo, un patrimonio di schietta sanità spirituale: vale a dire quella parte di tradizione della quale alcuno di noi, vivi, vorrebbe mai disfarsi.

Riccardo Marchi

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