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Ultimo aggiornamento 10 Novembre 2015 

Rolando Filidei

1914 – 1980

Biografia

rolando-filidei
Nacque poco prima della mezzanotte del 31 dicembre 1914 hanno Navacchio. Navacchio era allora una piccola frazione agricola del Comune di Cascina, in provincia di Pisa. Era allora un paesino raccolto intorno alla Chiesa ed alla Stazione ferroviaria; ora è un grosso centro commerciale. La famiglia era nel complesso benestante, con la fabbrica di candele, gli zoccoli (calzatura allora comune nelle zone agricole), e buoni possessi terrieri. Rolando frequentò con profitto la Scuola d'Arte di Cascina e poi l'Accademia d'Arte di Porta Romana di Firenze, ove ebbe a Maestri Libero Andreotti (cui fu particolarmente legato) e Gianni Vagnetti. Durante i suoi giornalieri viaggi per Firenze nacque il sodalizio con Otello Pucci poi divenuto buono scultore e in specie ottimo ceramista, che prendeva il treno alla stessa stazione di Navacchio, essendo di Zambra, ora conurbata con esso; (tra gli altri amici e compagni di studio Pietro Annigoni). A San Miniato si univa il terzo del sodalizio, Dilvio Lotti, di San Miniato al tedesco, che fu poi eccellente pittore espressionista. Filidei, Lotti e Pucci costruirono un sodalizio che si protrasse con stima, ammirazione e amicizia reciproca fino alla morte. Rolando Filidei richiamato alle armi durante la guerra per lunghi anni, perse l'occasione di farsi conoscere al pari di altri, esonerati per difetti fisici, veri o inventati. Militante a Castiglioncello, conobbe e sposò la compagna di tutta la vita Nicla Bordes (per l'anagrafe Vertoiba). Anche l'unione coniugale durò tutta la vita, in quanto esuberante e vivace era Rolando, quanto modesta e umile (non fragile né stolta) era Nicla. Si stabilì a Rosignano, nel paese che dà nome al Comune con i suoceri, con cui ebbe rapporti filiali. Più tardi, nel '70, su disegno dell'Architetto prof. Lando Bartoli, si costruì una casa nella frazione che prende il nome dalla fabbrica. I due eventi abitativi gli favorirono la quiete necessaria all'Arte, ma, in un certo senso, lo allontanarono dalle occasioni possibili in grandi centri culturali. Professore di disegno presso la Scuola Media aperte "Dante Alighieri" di Rosignano, ebbe generazioni di allievi che ancora lo rimpiangono. C'era un aneddoto che tutti ricordano: "se non vuoi prendere neppure un 6, vai a scuola da Filidei". Tenne anche corsi di scultura, con mostre delle opere degli allievi (ricordo tra alle molte quelle di: Giovedì 3 Maggio 1979, presso l'Università popolare di Rosignano Solvay). Molti tra gli allievi, i più promettenti, iniziarono con ottime possibilità, ma spesso si persero per la via. Nel suo studio di scultore accoglieva molti giovani, fra questi Franco Franchi e Luca Bianchini. Sempre alla presenza del fedele e vigile cane Ercole, enorme incrocio, ben riuscito, fra un boxer e un pastore tedesco (che dopo la morte del padrone passò i giorni sospirando e morì dopo un anno esatto). Ercolino fu ritratto più volte, anche in atteggiamenti intimi. La vita artistica di Filidei si svolse prevalentemente su quattro vie. La prima è quella dei ritratti (sculture, ma anche disegni, al familiari, e a personaggi del paese). La seconda fu quella delle commissioni di chi voleva una scultura di Rolando, per adornare la casa (soggetti sacri, passamano per le scale, capoletto, ma anche fontane in soggetti di fantasia). La terza fu quella di commissioni per tombe o frontoni cimiteriali. Ma ancora più importanti furono le opere per gli ambienti religiosi. A questo punto è opportuno citare il sodalizio di affetto e di stima che legò Rolando ai frati minori di S. Francesco d'Assisi, padre Giulio Mancini e padre Antonio Rougeris, ai quali si deve la presenza di sue opere in Santa Maria degli Angeli, San Damiano, Eremo delle Carceri, Curia Vescovile. Presenza di Filidei si trova anche a San Miniato, nella chiesa di San Francesco, e nella chiesa di Santo Stefano. [...] Scolpì specialmente la pietra e legno.

La pietra perché gli dava libertà di esprimersi (e per questo preferì il tuffo di Rosignano e la pietra di Lecce, che meglio si presentavano al taglio). A volte utilizzò pietre anche raccolte sulla spiaggia, che gli suggerivano l'utilizzo per un'opera compiuta. Per quanto riguarda il legno preferì il cirmolo tagliato a tavole per bassorilievi oppure il cipresso per la durezza ma anche perché una volta tagliato gli suggeriva la figura da trarne. Spesso si rifugiava ad Assisi, dove, a San Damiano, e al convento della Porziuncola, c'era sempre per lui una cella dove ritirarsi per il riposo e medicazione. A proposito di Assisi va ricordata la scultura nella parete esterna della Porziuncola, raffigurante San Francesco e il lupo di uno stupendo tuffo di Lecce, che fu distrutta da un ordigno esplosivo nel 1985 (vedi lettura di padre Giulio Mancini o.f.m. Ministro Provinciale della Serafica Provincia dell'Umbria). Fu schivo ma non esente da risposte scherzose in tipica lingua toscana: ad una signora, aperte "dame savante" che durante una mostra con assillante fare civettuolo gli chiedeva di quale legno fosse un'opera o un'altra, ed un'altra ancora, o l'ennesima risposte con fare serio: " è legno di caroto americano". La signora incassò sorridendo, ma non chiese più niente. Non tenne mai un registro con la vendita delle sue opere, né un elenco delle mostre, pur numerose, cui partecipò né sulle recensioni che ebbe sulla stampa e in televisione, né dei premi vinti.
Una mostra gli fu dedicata alla galleria Bottega d'Arte di Livorno, poi trasferita al Convento di San Francesco a San Miniato al Tedesco, ed infine al Castello Pasquini di Castiglioncello. Ancora, nel 2000, a 20 anni dalla sua scomparsa, avvenuta nel 1980, ebbe dedicata una mostra presso la galleria "Il Molino" di Gorizia, con la presentazione di Vittorio Sgarbi. Insegnò disegno compassione e la sua severità, compresi gli "scappellotti" paterni, fu compresa da numerosissimi allievi che ancora oggi lo ricordano con affetto e stima. Tenne altresì corsi liberi di disegno e in speicie di scultura all'Università popolare, di Rosignano, con numerosi studenti. Tutt'oggi all'ingresso del Teatro Ernesto Solvay c'è un bassorilievo ligneo firmato da Filidei ed allievi. Fu molto stimato Rosignano, tanto che una sua opera fu consegnata a sua santità San Giovanni Paolo II durante la sua visita Rosignano alla Fabbrica Solvay ed un'altra scultura fu donata al Comune di Pardubice (oggi Repubblica Ceca), in occasione del gemellaggio tra i due Comuni. Una vera e propria selezione di opere si trova ad Assisi (Palazzo Vescovile, Santa Maria degli Angeli - Cripta e Museo, San Damiano - Chiesa e Refettorio, Eremo delle Carceri). Un altro complesso di opere si trova in San Francesco di San Miniato al Tedesco (Ambone e Via Crucis). Particolarmente apprezzati l'Ambone in San Matteo di Pisa, e nella Parrocchiale di Fornacette (Ambone e Crocifisso). Il Comune di Rosignano gli ha dedicato una strada. Alla cerimonia dell'intitolazione della via, vuole partecipare l'ormai infermo per l'età Don Antonio Vellutini (che infatti morì pochi giorni dopo) a cui Rolando era legato da profonda stima e fraterna amicizia. In un anno intorno al'70 il Comune di Santa Croce sull'Arno (per motivi che non ricordo) regalò alla Contrada Senese della Lupa un cavallo bronzeo di Filidei, che fu molto apprezzato e che dovrebbe trovarsi nel Museo della Contrada. Da notare che il cavallo fu un bel portafortuna perché la Lupa, allora nonna, vinse il Palio.

Dedico queste poche righe a mio padre
con infinito immutato amore

Maria Rosa Filidei

Opere

  • opere
    La madre, 1972, legno di cipresso, 91x30x19
  • opere
    Maternità, 1970, legno di cipresso patinato a bronzo, 58,5x21x20
  • opere
    Maternità, 1970, post tufo, 40x26x21
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Testo Critico

di Luigi Servolini, Rolando Filidei, "Arte Cristiana", Milano volume LXI, fascicolo 8, n. 603, 1973.

Con le premesse non della fiamma ossidrica e dei grovigli di ferri arrugginiti, delle carcasse metalliche acciaccate e di tutta la cianfrusaglia ornamento delle botteghe dei ferravecchi, ma con quelle salutari e legittime della conoscenza della grande tradizione arcaica italiana e del gotico nostro e con richiami alle forme classiche un «isolato» toscano - il pisano Ronaldo Filidei - fa dell'autentica scultura, che dà gioia e godimento a chi la guarda.
È un genuino artista, che fece i primi passi studiando in Firenze alla scuola severa di Libero Andreotti, di Bruno Innocenti e di Gianni Vangneti, che ha percorso poi le tappe della più dura esperienza di lavoro per giungere tutto da solo - voglio dire senza quegli interventi estranei all'arte che sono oggi diventati di rito e di prassi comune - ad una maturità faticata e bene meritata, la quale conferisce l'aureola di maestro.
L'esordio di apprendista nell'intaglio su legno alla Scuola d'Arte di Cascina (Pisa) lo indirizzò subito alla ricerca espressiva della sintesi, e non tanto per le ragioni dell'esercizio di sgorbie e di scalpelli sulla morbida fibra del tiglio o del cipresso, quanto per una naturale predilezione per la scultura lignea. Un linguaggio rude, il suo che lo imparentava con i nostri precursori del nuovo sentimento plastico: i romanici. Partito sin d'allora alla risoluta ricerca di espressioni realistiche e di concretezza formale, il Filidei ha sempre osservatolo scrupoloso mantenimento alla sua modellazione, anche variando i materiali - legno, creta, pietra, ferro, bronzo, - della non raffinatezza morfologica, anzi di un disegno dei particolari: cose che hanno valorizzato l'energia della sua mano vigorosa e forte, la quale non segue pedestremente un esemplare, ma esprime sempre, con efficacia, il pensiero proprio.
Due apporti fondamentali, ripeto, al suo originale linguaggio plastico: la rude e schietta parlata dei romanici, rafforzata da modulazioni gotiche (donde l'aspettativa e l'accuratezza, talvolta, della angoloso intaglio) e l'influsso classico è un concreto cammino realizzato per tre preferenze tematiche: la figurazione sacra, che è quella che più ha impegnato la sua produzione rendendola feconda di opere al altamente sentite e significative (la Natività, le stazioni della Via Crucis, le Crocifissioni, la Pietà, i motivi francescani, ecc.), Il ritratto in cui ritrova la purezza formale e l'ideale estetico dei classici, le scene di cavalli nelle quali da briga sciolta alla dinamica dei bradi, dei purosangue e dei destrieri: tre specializzazioni, che incidono la personalità di Rolando Filidei, il quale - continuando per la via maestra della scultura - ha dimostrato di saper innestare così bene sull'arcaico il nuovo, in una felice simbiosi formale e concettuale, che gli ha consentito espressioni di vita solenne e spirituale, di profonda intimità, di un lirico linguaggio.
Ed è anche quando lascia il tuttotondo per il rilievo, suggellava a questo un in pronta architettonica - pensiamo, così, al vecchio Wiligelmo - che viene caratterizzata dal mercato risalto chiaroscurale di incavi e di oggetti e da laghi spazi di masse. Ne scaturisce un nuovo sentimento plastico, che distingue l'artista e lo evidenzia nella esigua schiera dei nostri migliori scultori d'oggi, anche se, operando quasi con il disegno nella provincia e in solitudine, non approfitta. Dei mezzi reclami statici dei centri, che ha parecchi colleghi rendano grandi immediati vantaggi. Giovanissimo, il Filidei esordì in una Sindacale a Pisa, si affermò alla terza Triennale di Milano e vinse un premio alla Internazionale d'Arte Sacra di Padova. Stabilitosi nel 1932 a Firenze, vi compì, come ho già detto, gli studi artistici. Dopo il servizio militare che la tenne impegnato per sette anni, anche come combattente nella seconda guerra mondiale, servizio che non aveva la lasciato mai assopirsi la sua passione per la scultura perché riusciva nei momenti di riposo scolpire un legno bassorilievi in figurazioni spirate scene belliche ed ha modellare ritratti (potendo così, partecipare alle mostre interregionali in palazzo Strozzi a Firenze, alla prima rassegna di artisti italiani in grigioverde ed ad esposizioni romane), restituito alla vita civile dovette lavorare per vivere, accettando anche umili impieghi: lavorava spesso di notte per scolpire durante la giornata.
Nel 1945 si trasferì definitivamente Rosignano Solvay (Livorno), ove presentemente divide il tempo fra l'inseguimento ufficiale nella scuola media dello statuto ed un proprio studio di scultura, che si è creato nella casa domestica con piacevoli soluzioni architettoniche la prima «personale» data dal 1961, e da allora altre 40 ne ha fatte seguire, con successo di critica e di pubblico, in varie città italiane, fu partecipando a mostre di rilievo, come la biennale d'arte sacra dell'Antoniano di Bologna, e vincendo premi. Sue opere legno, terracotta, pietra, bronzo sono all'estero (Francia, Belgio, Inghilterra, Olanda, Cecoslovacchia, Stati Uniti d'America) e in Italia, in chiese (sculture esposte al culto), palazzi pubblici, cimiteri e raccolte private. Da noi, tanto per dettagliare: nella chiesa di San Matteo a Pisa; nella collegiata e nel palazzo civico di Santa Croce sull'Arno: nella chiesa di S. Francesco e di S. Stefano e nel cimitero monumentale di S. Miniato (Pisa); nella chiesa di S. Giuseppe Capanne (Pisa); nella chiesa del S.S. Crocifisso Lari (Pisa); nella chiesa di S. Nicola a San Godenzo (Firenze); nella chiesa della casa di cura «Leonardo da Vinci», (Firenze); nella chiesa di «Villa Marina» a Piombino (Livorno); nella chiesa di S. Leopoldo a Vada (Livorno); nella chiesa di S. Teresa e nei palazzi Civico e della Coop a Rosignano Solvay (Livorno); nella canonica di S. Jacopo a Livorno; nel cimitero di La Spezia ed in quello di Ponsacco (Pisa). Attualmente il Filidei sta lavorando attorno ad un grande crocifisso sul legno (alto tre metri e sessanta) per la nuova chiesa di Cerretti sulle colline pisane.
Completo l'excursus biografico, che chiude la presente nota, ricordando cinque fra i suoi critici ed articolisti (e citandoli senza ordine): Guido Guideri, che, presentando una sua «personale», elogia la fecondità dell'artista e la testimonianza per essa ha dotata di numerosi altorilievi sul legno, ritratti in cera patinata o in gesso, composizioni, maternità, soggetti sacri, e dichiara che «da queste opere piene d'ispirazione, sortite di getto, per provenire il ritmo prodotto dalla successione rapida dei colpi di mazzullo e di sgorbia, che l'artista ha dati nell'ardente inseguire l'immagine»; Lando Bartoli, il quale, recriminando i malanni che tormentano l'arte nell'epoca attuale, asserisce come possa «apparire un fenomeno straordinario quello di Rolando Filidei operante ancora alla maniera degli antichi artisti-artigiani, nell'ambito della sua «bottega» (perché tale è veramente non lo studio nel quale lavora, ma l'ambiente nel quale opera) incurante - ma non insensibile - alla ridda delle voci e delle teorie che per la pubblica via si incrociano e si urtano e si confondono»; di Dilvo Lotti, il noto artista che fu suo compagno di studi, che proclama: «... se gli date a mano una Chiesa egli ve la fiorirà, dentro e fuori, con le forti invenzioni di un maestro dell'epoca delle cattedrali: il suo è del gruppo sanguigno dei lapicidi romanici; ma tenuto fuori dai vasti impegni sacri o civili - così rari oggi - deve affidandosi genuinamente ad una materia prosastica e povera: il legno... in un tempo abbondantemente difficile come il nostro, la lezione del solitario Filidei risulta moralmente circostanziata e valida, e tale da erigersi a esempio per i giovani che si avviano sulla difficile dura strada della pratica, e comprensione della scultura»; Gualtiero da Vià, che ci avverte del «... suo scontroso vigore, specialmente nei tragici soggetti sacri quali la crocifissione, la deposizione, la pietà, in cui traduce l'arsa, solcata scabrosità insofferenza rigida, stranita e strizzata fino allo spasimo... »; Nicola Rilli, infine, che testimonia in occasione di una «personale» fiorentina, come «le sue opere sono di per se stesse un nome inconfondibile parlano di lui al cuore e alla mente di chi, anche se digiuno dai problemi superiori dell'arte, sa avvicinarsi alle cose dello spirito con purezza di mente... Filidei rende musica all'opera della natura: terra o legno che siano... un artista arrivato a sublime sintesi di sentimenti, che guarda se stesso nell'intimo del cuore in punta di piedi e a mani giunte per non rompere l'incanto della scintilla eterna e vivificante di Dio.

Luigi Servolini

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