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Ultimo aggiornamento 7 Giugno 2013 

Mino Rosi

1913 – 1995

Biografia

mino-rosi
Nato a Volterra il 9 giugno 1913, da Ruggero, scultore in alabastro, e da Corradina Soldi, sin dalla prima giovinezza Mino Rosi ha avuto chiara la cognizione dell'arte come espressione compiuta della personalità creativa, alla quale concorrono tanto lo studio della natura — vero libro dischiuso alla riflessione anche filosofica e laboratorio di ricerca — quanto la cultura intesa nel più ampio ventaglio delle accezioni storico-filosofiche e letterarie e come presenza nel vivo del dibattito di attualità. Per questa ragione, alla consueta formazione scolastica — pur perseguita con puntiglio al fine di acquisire abilità e mezzi tecnici ed espressivi, sempre strumentali all'intima elaborazione poetica del linguaggio personale - egli alternò, sin dai primi anni del suo noviziato artistico, studi impegnati e frequentazioni artistiche di gran significato formativo.
Spinto da istintiva curiosità, attinse dunque informazioni e stimoli alle pagine di "Lacerba" e "La Voce", le riviste fiorentine che ebbero il merito di stimolare il gusto artistico italiano diffondendo lo spirito nuovo delle avanguardie. Si dedicò inoltre a letture per quei tempi abbastanza ardite, quali la poesia di Walt Whitman (l'indimenticabile autore di Voglie d'erba), la scabrosa filosofia di Max Stirner (L'Unico), con la sua esasperazione della individualità, e, più tardi, di Friedrich Nietzsche, autori che inducevano nei giovani di allora una inclinazione al romanticismo libertario.
Nel 1935, appena ebbe conseguito da privatista il diploma all'Istituto d'Arte di Porta Romana, a Firenze, fu chiamato a insegnare Storia dell'Arte al Liceo Classico di Volterra. Ebbe quindi l'incarico di discipline artistiche dapprima negli Istituti Professionali di Carrara (dal '36) e di Pisa (dal '39), poi all'Istituto d'Arte di Cascina. In seguito ha diretto la sezione Grafica Pubblicitaria dell'Istituto d'Arte di Firenze e, dal 1962, l'Istituto d'Arte di Pisa: unica scuola in Italia specializzata nell'arte della vetrata artistica e della lavorazione del cristallo.
Nonostante un serio impegno didattico durato molti decenni, il suo "laboratorio" formativo è sempre rimasto il campo concreto della vita e la consuetudine delle arti e degli artisti. Ardengo Soffici, conosciuto nel '33 a Poggio a Caiano ma la cui opera e i cui scritti già da tempo costituivano una fonte preziosa di insegnamenti, rappresentò un vero e proprio modello intellettuale e un ideale maestro per il giovane Rosi. Il quale venne fortemente influenzato dai suoi scritti polemici e dalla sua pittura. Negli scritti Soffici andava enunciando con acuta saggezza i presupposti di un rinnovamento del linguaggio estetico che doveva compiersi lontano dai clamori del decadentismo e del simbolismo, movimenti ormai inquinati da ripetitiva cifra accademica. Nella pittura operava un felice esperimento estetico: far incontrare i valori plastico-cromatici delle strutture di Cézanne con lo scabro realismo di Fattori, osmosi da cui doveva scaturire la georgica felicità dei suoi paesaggi «... che emanano - sono parole di Rosi — odore dei campi, di fieno e di maggese, contrappuntati da olivi e cipressi... ».
Fu altresì importante la conoscenza e la frequentazione di Luigi Bartolini, artista poliedrico con il quale Rosi strinse un vero e proprio sodalizio intellettuale fondato su una sicura affinità di cultura e di spirito, e non mai interrotto. Il giovane Rosi, insomma, provvedeva alla propria formazione partecipando attivamente alle nuove tendenze estetiche, al di là dei dettami accademici, che considerava una convenzionale consuetudine metodologica, pur perseguendola sul piano formativo quale doverosa acquisizione di abilità e competenze professionali. Bisogna dire che Rosi ha sempre saputo distinguere l'attività didattica dalla sua "intima" espressione artistica, questa maturata in solitudine e profonda meditazione, enunciata con rigore di linguaggio nella sua opera che si colloca su posizioni estetiche empiriche di genuina originalità.
Oltre l'esempio dei maestri, nella prima gioventù il paesaggio volterrano della Val d'Era divenne per Rosi mèta di lunghe ricognizioni di studio, sovente condivise con Vittorio Sestini, lo scultore volterrano prematuramente scomparso, e soprattutto con Carlo Cassola che già rivelava straordinarie doti di scrittore. Il paesaggio divenne fonte della sua ispirazione di pittore appassionato e attento alle sensazioni trasmesse dalla natura, e restituite su una linea stilistica mai adombrata da motivazioni arcadiche e da concessioni alle consorterie artistiche e alla moda. Rosi aveva intanto cominciato a esporre. La personale d'esordio è del '32. Giungevano i primi importanti inviti ufficiali. Nel '34, appena ventunenne, partecipa con un gruppo di opere alla XIX Biennale di Venezia, ricevendo lusinghieri consensi critici: è il più giovane degli artisti invitati alla grande manifestazione, ove sarà ancora presente in numerose edizioni fino al '52. Sempre nel '34, alla Prima Mostra dell'Incisione Italiana a Firenze, la Galleria d'Arte Moderna della stessa città acquista una sua opera. Nel '36 vince i Littoriali con le cinque xilografie illustranti il Diario di Guerra di Mussolini.
Di particolare prestigio, oltre le rassegne internazionali tenute in musei italiani e stranieri, sono le presenze alla Quadriennale di Roma, a far data dal 1935. Nell'edizione del '39 è invitato con una personale, su proposta dello scultore Arturo Martini, che in una lettera del 14 maggio 1937 indirizzata al segretario generale della Mostra, il pittore Efisio Oppo, scriveva: «... sono sicuro che anche tu ricordandoti il suo nome, non avrai difficoltà a mostrarlo alla Quadriennale come merita, Io penso che il posto che occupava Bartolini tu possa darlo, sicuro che lo sosterrà con molto onore... ». A Rosi, difatti, fu assegnata una sala in cui espose una cinquantina tra disegni e incisioni. Tale avvenimento fu per l'artista un vero successo che lo pose alla attenzione della critica: molte opere vennero acquistate da gallerie pubbliche e musei e da noti collezionisti privati. Occorrerà ricordare che un altro decisivo avvenimento nella vita del pittore fu l'incontro a Carrara con Arturo Martini, appunto. Lo scultore dimostrò cordiale simpatia e interesse per i lavori di Rosi. Era il 1937. Il Maestro stava realizzando la grande Allegoria per il Palazzo della Giustizia di Milano, e volle che Rosi scrivesse un articolo critico, poi pubblicato da Giovanni Ansaldo nella terza pagina de "Il Telegrafo" di Livorno.

Tra gli altri incontri significativi, si segnalerà quello con Giò Ponti, il quale aveva notato e apprezzato le quarantasei opere di Rosi accolte come personale alla Mostra del Disegno Italiano Contemporaneo, alla Pinacoteca di Brera (1942). Ne seguì l'invito a collaborare a "Lo Stile". Invero, nell'ampio arco di tempo della sua attività e in ragione anche della sua apertura alla critica d'arte, Rosi si legò d'amicizia con i maggiori esponenti dell'arte del suo tempo: Birolli, Carrà, Casorati, De Pisis, Guttuso, Levy, Maccari, Mafai, Morandi, Sassu, Severini, Sironi, Viani, Viviani e tanti altri come lui presenti nelle mostre d'arte italiana all'estero organizzate dalla Biennale di Venezia: Varsavia, Cracovia, Bucarest, Sofia, Lione, Vienna, Kosice, Kaunas, Praga, Monaco di Baviera. Berlino, Parigi e paesi dell'America Latina. Nel 1940 l'Accademia d'Italia gli conferì un premio riservato a giovani artisti italiani. Il governo francese gli assegnò nel 1950 una borsa di studio con soggiorno a Parigi, e nel 1951-1952 quello spagnolo una borsa di studio con soggiorno a Madrid. In quel periodo Rosi ricevette inoltre numerosi riconoscimenti in manifestazioni artistiche nazionali.

Nel 1940 sposa Giuseppina Boni e fissa definitivamente la residenza a Pisa, in via San Francesco, dove nel 1942 nascerà Giovanni, suo unico e amatissimo figlio. Dal 1950 si accinge a nuove esperienze, affrontando la lavorazione diretta del mosaico e della vetrata istoriata a gran fuoco e realizzando molte opere autografe di grandi dimensioni a carattere decorativo. Ad esempio nel transetto della chiesa romanica di Casole d'Elsa (Collegiata), su committenza della Soprintendenza ai monumenti di Siena; nelle absidi del Duomo e di San Michele in Borgo, a Pisa; nella chiesa parrocchiale di Larderello, su commissione del progettista, Giovanni Michelucci (La passione di Cristo). Ultima, la grande vetrata per il rosone della Cattedrale di Volterra, inaugurata nel 1990 e documentata nel volume L'occhio della Cattedrale di Volterra. Nel 1955 Rosi è stato vincitore del concorso nazionale indetto dalla Commissione Pontificia per l'Arte Sacra in Italia, per la realizzazione di un mosaico originale da destinare alla Chiesa Parrocchiale di Vitinia (Roma). Tra le altre numerose opere musive, notabile l'Allegoria delle Arti e dei Mestieri collocata alla Borsa Merci di Pisa.

Nel 1960 un tragico evento colpì la sua famiglia: la scomparsa improvvisa dell'unico figlio, Giovanni, appena diciottenne. Da quel momento la sua attività si rivolse unicamente alla scuola, all'educazione artistica dei giovani. Seguì un lungo periodo di silenzio e di meditazione sul suo lavoro di pittore. Nel 1978 riuscì a ritrovare la forza di riprendere a lavorare in campo pittorico. Fu un sorprendente ritorno da cui scaturì una nutrita serie di dipinti a pastello: paesaggi "ripresi" durante i suoi frequenti viaggi all'estero, particolarmente in Inghilterra, Galles, Scozia, dove nella stagione della colma maturità Rosi andava scoprendo un nuovo paesaggio, osservato attraverso il filtro formale di due grandi pittori: Turner e Constable, dalla cui luce attinse speranza alla propria visione rinnovata. Dal profondo di una sensibilità ridestata, un nuovo vigore espressivo rifluì nelle opere pervase di struggente nostalgia e contrassegnate da un esemplare rigore formale.
Mino Rosi è stato più volte invitato a ricoprire importanti incarichi istituzionali e ministeriali in qualità di esperto e componente di commissioni di studio per la riforma della istruzione artistica: membro di numerose commissioni a concorsi di stato; componente della com missione nazionale per lo studio, il restauro e la conservazione degli affreschi dei secoli XIV e XV del Camposanto Monumentale di Pisa; presidente della commissione per la tutela delle Bellezze Naturali e dell'Ambiente presso la Soprintendenza ai Monumenti di Pisa (1960); deputato per oltre un trentennio dell'Opera del Duomo di Pisa e membro della commissione edilizia e urbanistica del Comune di Pisa.
Ha svolto intensa attività di critico d'arte. Nel 1946 ha fondato e diretto la rivista "Paesaggio" che contribuì alla ricostruzione culturale della Città di Pisa devastata dalla guerra. Era stato nel 1941-1943 redattore capo de "Il Campano", vivace e certo non omologata rivista del G.U.F. pisano. Ha collaborato a periodici e giornali quotidiani con saggi riguardanti le arti, con particolare riferimento ad artisti della nuova generazione (Gruppo di Corrente e Scuola Romana). Suoi articoli, saggi e disegni sono apparsi nelle riviste "Primato", "Documento", "Prospettive" (direttore Curzio Malaparte), "La Lettura" (direttore Guido Piovene), "Lo Stile" (direttore Gio' Ponti), "Esperienza Artigiana" (direttore Giovanni Michelucci) e altre. Ha pubblicato saggi su Bartolini, Cantatore, Consortini, De Pisis, De With, Guttuso, Lotti, Martini, Mirko, Orzalesi, Pulcinelli, Sassu, Sestini, Tolaini, Tornea, Viani, Villon e altri. Da segnalare i seguenti volumi: Arturo Checchi pittore (1964), Madre col figlio nella scultura pisana dei secoli XIV e XV (1969), Pittura di Antonella Cappuccio (1981), Il segno e l'immagine nell'arte di Lorenzo Viani (1981), La grafica dei Lasinio nel Museo dell'Opera del Duomo (1986). Inedita è la monografia Lodovico Pogliaghi scultore, mentre è uscita postuma la monografia Pierino da Vinci. Profilo interpretativo (2000).

Oltre che in prestigiose collezioni private, le opere di Mino Rosi sono in Musei e Gallerie pubbliche, tra cui: Galleria d'Arte Moderna, Roma; Galleria d'Arte Moderna, Firenze; Museo Civico, Torino; Galleria d'Arte Moderna, Cortina d'Ampezzo; Ministero della Pubblica Istruzione, Roma; Libreria del Parlamento, Washington; Galleria dell'Accademia di Belle Arti, Venezia; Museo Internazionale d'Arte Moderna, Firenze; Museo dell'Opera della Primaziale, Pisa; Fondazione Cassa di Risparmio, Volterra; Centro Studi della Cassa di Risparmio, Pisa; Galleria dell'Accademia delle Arti del Disegno, Firenze; Gabinetto Disegni e Stampe di Villa Pacchiani, Santa Croce sull'Arno; Museo della Ceramica, Montelupo Fiorentino; Museo Fattori, Livorno; Museo delle Generazioni del '900 "G. Bargellini", Pieve di Cento; Museo di Palazzo Reale, Pisa.

In attraverso il Novecento Mino Rosi l'artista e la collezione da Fattori a Morandi
a cura di Nicola Micieli, Pontedera 2011
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Opere

  • opere
    Ragazza, 1950 ca. cm. 21.5x14.7
  • opere
    Figura femminile, 1949, acquarello su carta cm. 67x47.5
  • opere
    Campagna volterrana, 1983, acquarello su carta cm. 24.5x36
  • opere
    Roma vista dal Pincio, 1978, acquarello su carta cm. 18x25.5
  • opere
    Paesaggio, 1942, china su carta cm. 50x34.5
  • opere
    Figura, 1941, china su carta cm. 40x30
  • opere
    Nudo di donna, 1947 ca. acquarello su carta cm. 50x37
  • opere
    Composizione, 1933, china su carta cm. 35x45.8
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Testo Critico

Per Mino Rosi, di Antonio Paolucci.

Per intendere la “bella e serena vicenda” (Ragghianti, 1985) di Mino Rosi, per capire le ragioni che hanno governato lo svolgersi di un “cammino lento ma sicuro” (la definizione è giovanissimo Testori all’anno 1942 e mai profezia più azzeccata) bisogna partire dal “discorso” anzi dai “discorsi” sull’arte.
Come un artista del Rinascimento, Rosi pensava che l’immagine depositata sulla tela (ma anche nella medaglia e nel mosaico, nella maiolica e nel vetro) è cultura ed è storia. Per legittimare la creazione artistica non bastano l’ispirazione e il talento che pure egli possedeva come pochi altri della sua generazione, né il magistero tecnico, da lui dominano con perfetta sagacia.
Per fare arte bisogna capire il presente e riflettere sul passato, bisogna essere contemporaneamente nella modernità e nella storia. È necessario - per fare arte - essere curiosi di tutto; delle crete volterrane come i paesaggi scozzesi, della storia dell’arte antica come delle più radicali avanguardie,delle forme naturali (una conchiglia, una roccia, un tronco contorto lasciato dalla risacca sulla spiaggia) come dei più ed esotici repertori decorativi. Questa era la “filosofia” di Mino Rosi. Ciò spiega le sue relazioni con critici e studiosi di mezzo mondo, spiega la conoscenza minuziosa dei musei d’Italia e d’Europa, spiega la vasta biblioteca e gli interessi collezionistici esigenti e squisiti. Devo confessare che i “discorsi sull’arte” più appassionati e più disinteressati della mia carriera (da Goya a Rauschemberg passando per gli adorati Turner e Corot e allungo discutendo di Arturo Martini e di De Pisis, di Soffici e di Bartolini, di Rosai e di Guttuso) li ho avuti con Mino Rosi, nella sua bella casa-studio di Torre del Lago, certe indimenticabili estati di anni ormai lontani.
In quelle occasioni solo da ultimo, con l’amabile discrezione e con la modestia che lo distinguevano, Rosi mi parlava della sua arte e mi faceva vedere le sue cose. Sono state per me esperienze straordinariamente belle. Contemplando i pastelli, gli olii, i disegni dei taccuini di viaggio che fissavano le immagini di Volterra e di Sovana, di Salisbury e di Stonehenge, ho capito cosa vuol dire rimanere aderenti alla figura dei luoghi e al tempo stesso trasfigurarli in struggente tenerezza e in trasognanti abbandoni.
Per Mino Rosi il mondo visibile era, come scrivere Pier Carlo Santini, “espressione dell’anima, forma della fantasia”. Era anche - aggiungo io - elegia della storia, consapevolezza colta e profondamente toscana dell’ordine intellettuale che è sostanza irrinunciabile di tutte le cose.

In “Mino Rosi Un protagonista del’900 Dipinti, disegni pastelli” a cura di Nicola Micieli, Pontedera 2001.

Antonio Paolucci


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