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Ultimo aggiornamento 3 Marzo 2015 

Giovanni Lomi

1889 - 1969

Biografia

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Giovanni Lomi nasce all’Ardenza (Livorno) il 31 ottobre 1889 da Alessandro, uomo forte e robusto, e da Maria Bechelli, donna di ottima indole. Rimane orfano a soli 6 anni e dopo un periodo in un istituto viene affidato ad una famiglia di contadini all’Ardenza: fa vari lavori ma viene preso dalla passione per il disegno e la pittura che diventa lo scopo principale della sua vita. Riceve consigli e incoraggiamenti da Adolfo Tommasi, esponente di rilievo tra i pittori toscani dell’ottocento.
Inizia il suo cammino artistico verso il 1918, tenendo la prima mostra personale a Firenze nel 1922: ne seguiranno oltre quaranta fino al 1969 quando a Milano alla galleria Ronzini si terrà la sua ultima personale.Nel 1919 partecipa alla “ Permanente” a Milano con l’opera “ Vecchi scali livornesi” , da allora conterà oltre cento presenze ad esposizioni e rassegne di pittura. Tra queste segnaliamo: Biennali Romane, Quadriennali di Torino, Primaverile Fiorentina, Concorso Stefano Ussi, Esposizione di Brera, Esposizione nazionale di Belle Arti, le Mostre del Gruppo Labronico, di cui era Consigliere.
Consegue numerosi premi e riconoscimenti: suoi importanti dipinti sono acquistati da Pinacoteche pubbliche italiane e straniere. Già nel 1926 in una Mostra Ufficiale di Arte Moderna Italiana a Brigthon in Inghilterra, viene acquistatato dalla Municipalità della città il dipinto “ Verso il tramonto” per destinarlo al Museo della città. Giovanni Lomi coltiva però un’altra passione: dotato di una bella voce di baritono, si dedica con successo all’opera lirica. Un mondo dal quale trarrà ispirazioni e motivi culturali anche per la pittura.
Infatti Lomi fu uomo di cultura e partecipò, sempre con entusiasmo e vivacità, alla vita culturale in Toscana ed in altre regioni italiane, dai primi decenni del novecento fino agli ultimi anni di vita. Viaggiò con frequenza fino agli anni cinquanta, in Italia ed all’estero: con particolare attenzione alla Svizzera, alla Francia ed alla Spagna; i dipinti sono a testimoniare queste esperienze.
Pittore di atmosfere e luci naturali studia attentamente ogni elemento compositivo senza indulgere ad abbellimenti superflui ma ponendo sempre l’accento sull’essenziale, in una sintesi formale e concettuale. Artista che esprime una parte significativa in quel vasto mosaico che è la Scuola Labronica del Novecento. Un’improvviso malore lo colse nel suo studio a Livorno il 9 giugno 1969 e la morte lo sottrasse all’Arte.


Opere

  • opere
    Orfanelli al mare, 1960 ca. olio su faesite cm 17 x 29, Arc. n. 438
  • opere
    Roma: piazza Navona, 1940 ca. olio su tavola cm 20 x 24,5, Arc. n 439
  • opere
    Mietitura (camp. livornese), 1950 ca. olio su faesite cm 55x70, Arc. n 444
  • opere
    Darsena livornese dopo la pioggia, 1917, olio su tela riportato su cart. cm 23,5x13, Arc. n 318
  • opere
    Dopo il naufragio, 1920,olio su tela cm 39 x 55, Arc. n 418
  • opere
    Riflessi nella rotonda di Ardenza, 1933, olio su tav. cm 18 x 28, Arc. n 281
  • opere
    Riviera ligure, 1938 ca. olio su tela cm 55x70,5, Arc. n 443
  • opere
    Impressione lucchese, 1950 ca. olio su tav. cm 17,5 x 23,5, Arc. n. 307
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Testo Critico

di Alfredo Jeri, (da “Liburni Civitas” anno I. ­ Fascicolo 2. ­ 1928).

...Nemmeno il molle vivere del ragazzo benestante, alle origini. Lavoro, duro, quello che si fa per commissione, e la mercede basta appena a sfamare. Un tumulto di desideri nell’anima, la visione del futuro da achiapparsi un pezzettino alla volta, con fatica di sudore e di sangue. E, dentro al sogno, l’uscio da tingere, la mostra da decorare. É pur curioso questo avvio comune a tanti pittori dei più noti, e che qualche volta sembra un passo obbligato ­ un lungo passo ­ tra l’adolescenza e la prima giovinezza.
Ma quando c’è “la base”, hai voglia di metter doppia fila di reticolati! Hai voglia di far boccacce e ostinarti a negare! Fai buchi nell’acqua. Il diavolo s’ingegna a scoprire tutte le difficoltà; ed insieme al brivido del successo ti prepara un’illusione, sotto, sotto, nell’ombra. Ma se c’è “la base” ­ se c’è dunque, cuore che basti ­ non vale alleanza di scoramenti e d’invidie e di sottili astuzie! Il giorno viene delle belle conquiste: e allora si vuol degnare, lei, di cambiare opinione, o, grazia sua, essere meno arcigno? Giovanni Lomi, ormai quasi in cima all’arco dei cinquant’anni, n’ha avute peripezie! Tutte, anzi le possibili disavventure che vengono dall’origine oscura, nuda, senza nemmeno un orpello da far rilucere in anticipo. S'é messo a lavorare ostinatamente ­ quando s’é sentito padrone dei suoi mezzi ­ e nello spazio di dieci anni ha potuto farsi largo d'intorno, è giunto alle auree porte dell’ufficiale riconoscimento. Ed ha tutti i numeri per proseguire, tutti i numeri per dar dispiaceri a chi non vede con l’animo lieto l’ascesa sua continua.
Un compito abbastanza facile è riservato a chi voglia studiare l’arte di Giovanni Lomi. “Macchiaiolo” dei più sinceri ed immediati, tutto ne' suoi dipinti è così vivo che non è necessario l’ausilio di tenebrose virtù di intuito per le quali (da un pezzo di qua) si può anche indovinare incomunicabili segreti d’anima da una tela che abbia tre sgorbi e tre chiazze di colore soltanto.
Sensibilissimo alle varie gradazioni della luce, egli può renderle in uno stesso quadro attraverso una gamma che così doviziosa par prodigio. Per convincersene, basta guardare alcune delle sue vedute marine, dove la luce ­ la gran luce ­ è in fondo, e sminuzza e arruffa l’aria e l’acqua, e vien giù, e vien davanti attraverso trasparenti tonalità grigie, onde il senso della sconfinata distesa e il respiro e la sinfonia senza voce ti danno quasi un piacere fisico.
Tutto è oggetto per la sua tavolozza. Architetture remote e architetture aggraziate; case rustiche con sù il vischio e l’edera; animali miti nelle stalle o alla grande aria o in angolo di strada; paesi adagiati nel sole o nella caligene; quartieri interi, suggestivi, di città medioevali. E sempre, i diversi luoghi, con le lor cangianti tonalità, con il loro colore inconfondibile. A Venezia ha rapito il grigio della laguna quando il sole non c’é e i monoliti rossigni e le maioliche e i vetri riflettono luci opache; a Verona le scabre linee dei cortili dugenteschi; a Brescia quell'indefinito risplendere del Garda che anche se non si vede ti pare appiccicato sui frontoni delle case con tenerezze d’azzurro; nelle campagne di Lombardia quel duro squadrare degli alberi spogli sul piano infinito...
La più gran messe, naturalmente, in Toscana. Da Chianni misteriosa né suoi vicoli tetri, con gli angoli di vecchie torri, a Colle Val d’Elsa su l’arco della vegetazione prodigiosa, tutta rorita di contro al cielo d’un turchino che traspare.
E Livorno, anche, con le sue inconfondibili tonalità dei suoi “scali”, con l’acqua dei canali verde­nera, con lo sfarfallio della sua aria dove a volte c’é un sorriso matto di gialli e a volte una lama d’acciaio che limita, di qui e di qua, un gonfiore di nubi brontolone. A vero dire, di Livorno é la più schietta produzione del Lomi. Ricordo certe vedute della “Venezia”, scabre e forti, vivide di colori e succose di ambiente, che forse da sole costituiscono la compiuta originalità di colui che può definirsi “pittor livornese” per eccellenza. Attaccato alla sua terra, con la prerogativa degli istintivi, Giovanni Lomi convince nelle sue vedute labroniche più e meglio che in ogni altra manifestazione d’ambiente e d’abilità. Forse é anche esatto dire che poche città come Livorno danno subito un colore tutt'affatto speciale: ed é simpatica prerogativa quella di saperlo cogliere alla prima e alla brava.
Un solo maestro: il Vero. Non, perciò, in veste di censore: in veste d’aria e d’armonia. Per cui il Lomi tutto da se s’é fatto ­ pur logicamente seguendo le tendenze in voga ­ con spirito sempre vigile d’autocritica. Tra le più luminose tappe della sua ascesa: il Premio Ussi per il paesaggio (1924); l’esposizione di Brighton, ove l’unico quadro gli fu acquistato per la galleria di quella città; una sua tela messa a far parte della Galleria Capitolina di Roma.
Partecipa a tutte la svariate Biennali e Quadriennali, e dappertutto trova una falange di ammiratori e di compratori, critica favorevolissima. Si può restare insensibili a questo succeder di “fatti”, per i quali i pubblici più difficili, gli artisti più alti, gli scrittori più nobili volentieri rendono omaggio al pittore nostro? Ora sembra venuto il momento di chiederci: quali sono, in conclusione, le particolarità ­ magari le originalità ­ della pittura del Lomi? Qualcuna l’ho già detta: prontezza nel cogliere i tremolii dell’aria e fissarli nella lor trasparenza che uguale non si ripete più; la medesima agilità nel ritrarre ambienti cittadini e ambienti rustici, galline e villani, cavalli e folla davanti a una tenda da fiera.
Ma c’é dell’altro: un particolare trasporto verso i “grigi”, nei quali, ecco, egli può distendere per intero gli attimi d’una sentimentalità tutta sua, non volgare né forzata, sana e caratteristica della gente toscana, in cui il buon senso non é scompagnato mai dalle intime necessità della fantasia del pensiero. Ed é questa un’altra ragione per cui il pubblico si accosta ai dipinti del Lomi quasi per riposare lo spirito e ricostruire in sé scene "già vedute", così colte nel vero, con quel privilegio di immediatezza sul quale già troppo ho insistito.
E poi: un fare quasi di noncuranza nel disegnare il paese e le figure, così, alla brava, che non ti da mai tuttavia l’idea dell’appiccicaticcio e, nello stesso tempo, mai la noia dei contorni troppo definiti. Semplicità di mezzi, come dovrebbe essere in tutti, quando si voglia il consenso di tutti. Al di fuori di certe leggi eterne c’é il tentativo e lo sforzo. Null’altro.
Se ne togli l’osservazione per la quale, in Lomi, il colore é incastrato nel segno come necessario complemento perché i piani, ammorbiditi, si allontanino e i volumi si formino, non saprei cos’altro dire sull’arte di questo volitivo pittore.
Forse questo: che nato paesista (proprio con il gusto della veduta, tagliata così, ecco, con questo rilievo d’alberi, con l’arco del ponte laggiù tra le fratte polverose, e i buoi monumentali tutti bianchi nel sole), nato paesista, dicevo, dipinge gli animali con tal senso di movimento e di interiorità da sentir la voglia di accostarci di più ai quadri che li ritraggono e curiosar su le sagome buffe e far cenno che non é il caso d’aver paura...
Raggiunte le più belle virtù ­ onde, nella trama degli azzurri e dei viola, dei gialli e dei grigi, gli é possibile far dono di opere in ogni senso compiute ­ Giovanni Lomi continua con una certa sua aria di tranquillità a conquistar premi e rinomanza, dritto laggiù dove nell’arco del suo futuro anche ci sono i lauri...

Alfredo Jeri

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