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Ultimo aggiornamento 5 Giugno 2013 

Dino Pelagatti

1932 – 2016

Biografia

dino-pelagatti
I primi anni di vita di Pelagatti trascorsi in via della Lepre (l'attuale Via Gori) dove nasce nel 1932, in un ambiente famigliare propenso alla sua creatività, non tardano a mostrare i primi frutti in Dino che all'età di sette anni vince un concorso per giovani talenti consistente in un premio in denaro di una lira, mai ritirato dalla famiglia. [...]
Negli anni Sessanta, Pelagatti affronta i soggetti "dal vero", esercitando l'occhio alla luce della pittura d'esterno e ai rapporti compositivi di proporzione; suo compagno di lavoro in questo momento è Masaniello Luschi. Sovvengono a Dino le giornate trascorse con l'amico e collega alla ricerca di soggetti da trascrivere in piccole tavolette quando «animati dalla ricerca tipica degli anni giovanili, si confrontavano i singoli dipinti e si esprimeva suggerimenti l'uno all'altro su quanto svolto. Così interpretavamo scorci delle colline di Montenero, il suggestivo viale a mare o il quartiere della Venezia, dove si poteva incontrare, tra gli altri, Basso Ragni, altro amico scomparso, intento a ricreare con il pennello i barconi chiamati becolini ormeggiati nelle acque dei canali.» [...]
Pelagatti negli anni Sessanta si sente sufficientemente maturo per intraprendere una nuova fase evolutiva, così decide di ricercare nuovi soggetti e nuove atmosfere all'interno del proprio atelier lontano e appartato dalle luci e dal chiasso cittadino. Nascono opere di maggior impegno introspettivo e si applica nello studio della figura umana:«dovendo cercare una strada il più possibile diversa da quanto precedentemente realizzato per personalizzare la mia attività, mi volsi così alla realizzazione di grandi composizioni dove risultasse centrale l'essere umano.» Nel 1973 dipinge Calafatti, nel quale mostra attenzione alla cultura del lavoro, l'anno successivo realizza Accattoni con cui rileva aspetti di marginalità e di degrado sociale. [...]
L'opera del nostro è caratterizzata negli anni Ottanta da una moltiplicazione di soggetti, spesso di grandi dimensioni: «ho sempre cercato il confronto con grandi tele perché vedevo in esse una sfida personale, senza considerare che potevo ricercare nuove formulazioni per la figura umana, inserita in un paesaggio prevalentemente di carattere urbano oppure come protagonista nelle numerose pose dei miei nudi femminili.»

Chiedo a Pelagatti quali figure di artisti del Novecento livornese senta di maggior significato e interesse e mi esprime la sua ammirazione e stima nei confronti del lavoro svolti da Plinio Nomellini e Renato Natali. A ben guardare la sua pittura si inserisce nel solco tracciato da questi maestri rinnovando, attraverso una sensibilità contemporanea, elementi da loro ricercati agli inizi del XX secolo. [...]
Dino sottolinea come il 1990 segni una specie di spartiacque nel suo percorso creativo, dopo una lunga e dolorosa ripresa da una grave condizione di salute, che determina una virata stilistica tesa all'esaltazione massima del colore; come la luce dopo le tenebre, la gioia del creato veniva letta in maniera diversa, le traversie dell'uomo avevano cambiato l'artista, Le Bagnanti, piacevoli ragazze ritratte durante i giochi d'acqua marini svolti nelle assolate giornate estive oppure gli affollati Caffè concerto, dove in un turbinio di tavoli rivivono le conversazioni d'inizio secolo accompagnate dalla musica diffusa nell' ambiente da un' orchestra posizionata nell'angolo della sala.
Pelagatti ha preso adesso a sfogliare il catalogo realizzato in occasione di una mostra svoltasi in Malesia nel 1999, alla quale aveva inviato Windsurf, dipinto esemplificativo di questo periodo, dove «l'interno era quello di rendere il gesto atletico del ragazzo ritratto mentre cavalca l'onda sospinto dalla velocità dell'acqua e del vento.»
Veniamo a parlare della produzione che ha segnato l'ultimo decennio della sua attività e mi sembra si possa analizzare le mutazioni tecniche avvenute in questi anni attraverso le creazioni disposte davanti a noi nello studio. Noto come la pennellata si sia allargata per costruire gli elementi strutturali del quadro e come attraverso l'utilizzo del pennello a punta fine vada a definire quanto gli è necessario per connotare il dipinto. Del resto emerge chiara in lui la necessità di un continuo confronto con una contemporaneità espressiva tesa a semplificare la strutturazione dell'opera, senza rinunciare ad una cifra stilistica che ormai caratterizza, rendendolo personale, il suo lavoro.

Michele Pierleoni

Opere

  • opere
    San Jacopo, olio su tavola, cm 20x40
  • opere
    Pescatori al Tramonto, olio su cartoncino, cm 31x50
  • opere
    Piazza Cavur-Livorno, 2008, olio su tavola, cm 70x100
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Testo Critico

Presente in: Dino Pelagatti, a cura di Marcello Pierleoni, con Testi di Nicola Micieli, Michele Pierleoni, Galleria Athena, Bandecchi e Vivaldi Pontedera, 2009.

Dino Pelagatti, pittore e uomo, labronico (e perciò convinto che soltanto le idee giuste hanno diritto di vita, soprattutto nell’arte) e anche un po’ filosofo, come tutti quelli che per dipingere o vivere hanno scelto l’Ardenza, perché soltanto qui si respira.
Ha ragione. Pelagatti che spiega la sua pittura è un paladino con una spada fiammeggiante nella mano e tira tremendi fendenti polemici in ogni direzione.      Ce l’ha in particolare con la marea degli orecchianti senza talento che riescono a forza di spintoni a farsi largo, a mettersi in prima fila e a pontificare. Avevo smesso di dipingere – spiega - dopo un primo tentativo  perché ero convinto di non poter arrivare a niente.
Ma è stato proprio il premio Rotonda ad aprirmi gli occhi. A forza di vedere certe cose mi sono detto che, allora, era il caso di riprendere la strada interrotta. Poi dentro avevo qualcosa che bruciava, si può resistere al fuoco? Ho lasciato il mio lavoro di rappresentante per diventare pittore.
A giudicare dai risultati, dopo un certo tirocinio e una serie di mostre, in progressione per importanza ed esperienza acquisita, non è stato un salto nel buio. Dino Pelagatti ha chiuso recentemente una mostra a Bergamo che è una tappa molto importante per la sua carriera. Alle attaccaglie della galleria Il Sagittario la critica ha scoperto un “nuovo labronico”.
    Abituati a vedere interminabili sfilate di posteri del ceppo fattoriano impegnati a fare e rifare le cose già fatte dai mirabili maestri macchiaioli, i critici emiliani stavano ancora una volta convincendosi di aver visto tutto della pittura toscana in genere. E invece ecco che arriva questo Pelagatti che fa professione di verità, chiarezza e interpretazione. Sciabolate di colore più che la grafica, una mano sicura nel segno, per determinata scelta quella nata dalla convinzione e dalla costante ricerca. Ed è un successo.
Pelagatti fa naturalmente della pittura di tradizione, ma con un discorso suo che porta ad esiti di chiaro intendimento moderno. Direi che sulla strada maestra della “macchia” è presto giunto a deviare nel luminoso sentiero dei post-macchiaioli, sulle tracce indicate da Mario Puccini e dagli altri interpreti del primo novecento. Da questo cammino nasce il successo di Bologna che apre tutto un discorso nuovo.
Da qualche tempo e sempre più spesso la figura di Pelagatti, in primo piano, cede ogni più scoperto particolare, si va ermetizzando in un suo carattere di sintesi, mentre a tutto il resto del quadro Pelagatti dedica luce e colore, vampe che accendono sensazioni nuove, senza la forzata ricerca della pennellata-belluria ad ogni costo. Indubbiamente per fare una pittura di questo genere – che si ritrova matericamente valida in ogni soggetto, dal paesaggio tratto dal vero, alla composizione di studio – occorrono qualità indubbie nella tecnica acquisita e nelle idee che l’uomo professa, Deve esserci tutto un bagaglio di sensibilità e di preparazione che a volte soltanto gli autodidatti riescono a raggiungere. Da questo punto di vista io credo che Pelagatti sentirà l’esigenza di maturare ancora di più, convinto – dopo Bologna – che la sua scelta è ormai definitiva. C’è nell’uomo una determinazione che fa pensare ad altri traguardi, anche se un senso innato di modestia gli vieta di avere quelle ambizioni che altri pittori meno dotati di lui non tengono davvero nascoste. In fondo Dino Pelagatti è un puro e tale desidera rimanere, professionalmente legato a un modo di vivere in una città ch’è ancora un’oasi, in un mondo-bailamme.
Come per tanti pittori labronici, Pelagatti è restio a uscire dal suo guscio. Ora perfino a Parigi si sono accorti di lui e un gallerista abbastanza noto gli ha scritto invitandolo sulla via di Montparnasse. Ma non penso che lascerà l’Ardenza tanto facilmente, lo studio dei Casini granducali, affacciato sul mare… In questa città ne avremmo mandati di Modì sulla “butte ” a Montmartre solo che i talenti labronici del pennello avessero amato un po’ meno l’Ardenza!
Dino Pelagatti conferma la regola. Intanto è chiaro che egli dipinge soprattutto per se stesso e per quel bisogno interiore di esprimere quello che sente. In quanto all’amore per la sua città non vi sono dubbi: basta guardare una sua marina e il gioco delle luci intorno ai calafati al lavoro in qualche angolo della vecchia Livorno.

Nivalco Provenzale

Mostre



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