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Ultimo aggiornamento 22 Ottobre 2016 

Cafiero Filippelli

1889 – 1973

Biografia

cafiero-filippelli
Bio.

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Opere

  • opere
    Al Pozzo, olio
  • opere
    A Messa, olio su tavola, cm. 25x35
  • opere
    Case di Parlascio, 1931, olio su tavola, cm 61,5x64,5
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Testo Critico

Testimonianze di:, Luciano Bonetti, già Segretario del Gruppo Labronico.

"Mi chiedo soltanto gli interni, ma so dipingere anche alla luce del sole"
«Mago degli interni» veniva definito Cafiero Filippelli dai suoi numerosissimi sostenitori ed acquirenti, per quelle sue eccezionali doti di interprete degli angoli della casa, della famiglia riunita intorno alla tavola con i ragazzi addormentati sulle ginocchia dei nonni, il babbo e la mamma e gli altri parenti impegnati nella conversazione del «dopo cena». Ben pochi lo hanno superato nel dipingere la «lumiera» del salotto buono, il focolare acceso e scoppiettante con la famiglia intenta a riscaldarsi, i chierichetti davanti all'altar maggiore con la luce delle candele in pieno volto e tanti altri soggetti illuminati artificialmente. «Sono lusingato» diceva «dell'affetto di tanti collezionisti, mercanti, amatori d'arte per i miei interni ma al tempo stesso sono amareggiato perché pochi acquistano i quadri che dipingo all'aperto, con la luce naturale e meravigliosa del sole, che non sono inferiori, ve lo assicuro». Esordì, com'è noto, dipingendo Madonne sulle spalliere dei letti (che poi molti «ritagliarono» per farne dei quadri): dovette lottare non poco per riuscire a tirare avanti soltanto con i dipinti. Tempi duri, quelli del Caffè Bardi, per i pittori: Landozzi ritoccava le fotografie nello studio di Bruno Miniati (fotografo della «branca», di cinque guerre e dell'Accademia Navale); Romiti si arrangiava con un modesto commercio di antiquariato, francobolli e quedri di altri pittori; Michelozzi, Lomi, Cocchi ed altri decoravano le «abitazioni bene»; Natali insisteva con la pittura aiutato dal basso Pessi ma doveva adattarsi a prezzi fallimentari. Mentre dipingeva Madonne, Filippelli si accorse che i suoi interni «andavano» e, degli interni, come abbiamo detto, rimase schiavo. D'altra parte non avevano tutti i torti i suoi compratori: ricordo che uno dei miei primi incontri con la sua pittura avvenne per mezzo di un « monte di pietà » che mi lasciò senza fieto.
Era, si, validissimo anche all'aperto, ma quando penetrava con i pennelli fra le pareti d'una stanza i suoi colori diventavano «magici», la sua tavolozza diventava miracolosa. Un verde di un suo biliardo con la lampada sopra, che vidi molti anni or sono, quasi all'inizio della mia attività, non l'ho ancora dimenticato. Ricordo un'intervista che gli feci per il «Tirreno» nell'immediato dopoguerra. «La natura» dichiarò «è sempre la stessa, non si è trasformata, nonostante ciò è sempre meravigliosa, non ha perso il suo fascino. I fiori posseggono sempre gli stessi colori, gli alberi continuano ad innalzarsi nello stesso modo creando armonie insuperabili e noi non abbiamo il diritto di deformarli. Il pittore può interpretare un soggetto per migliorarlo ma non ha il diritto, con le deformazioni non giustificare, di render brutto ciò che è bello».
Restò sempre, anche nella piena maturità, quando cominciò a delinearsi un certo successo, un uomo estremamente semplice. Sollecitò il colloquio con i giovani coi quali polemizzò più volte (ricordo un suo dibattito vivacissimo col ventenne Voltolino Fontani) sempre però col proposito di indicare la strada a suo avviso più idonea. Fu anche ottimo insegnante ed ai suoi allievi dedicò, indipendentemente dal guadagno, non poche delle sue giornate.
Un grosso dispiacere lo tormentò negli ultimi anni: nel suo studio conservava alcune decine di opere fra le più amate, che gli vennero rubate. Le cercò per anni, ricordo che riuscì a ritrovarne alcune che però non gli vennero restituite perché non fu in grado di dimostrare che erano di sua proprietà. Questa vicenda lo afflisse profondamente e fu poi tormentato anche da una malattia agli occhi. «Mi hanno privato di molti dei miei quadri migliori, dipinti, per la maggior parte, sul vero». Continuò a frequentare, quasi ogni giorno, lo studio livornese di Bruno Miniati, in Via Ricasoli, anche dopo gli ottanta. Ma lo vedevano ogni giorno più triste. «Ho sempre inseguito la luce» ripeteva spesso «e sto andando verso il buio». Se ne andò ad ottantaquattro anni, nel 1973, lasciando varie migliaia di opere oggi inseguite da collezionisti e mercanti di tutte le parti d'Italia, opere che si trovano in centinaia di raccolte italiane ed anche estere. Lo accompagnarono nell'ultimo suo viaggio, in una giornata generosa di sole, col figlio Silvano (anch'egli scomparso), gli artisti del suo Gruppo Labronico ed i superstiti del Caffè Bardi che con lui combatterono, per oltre mezzo secolo, una delle più proficue battaglie della pittura toscana e italiana.

Luciano Bonetti

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