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Ultimo aggiornamento 28 Febbraio 2017 

Bruno Secchi

Biografia

bruno-secchi
Nel volto bianco
nell’urna delle mani
passa e trascolora
sulla timida traccia
delle dita
la vita.


Bruno Secchi
(Nell’urna delle mani, in Ritmi espansi, Empoli, 2010)

Esaminare oggi l’attività artistica di Bruno Secchi rappresenta un sicuro momento d’interesse e riflessione sull’essere pittore di ricerca, trattandosi di una delle personalità più singolari del panorama creativo cittadino del secondo Novecento.
Classe 1923, fin da adolescente è attratto dalla pittura, dal colore, dalla possibilità di esprimere la propria creatività per mezzo dei pennelli e delle tele, in un’elaborazione lontana, fin dalle prime opere, dalla tradizione artistica locale, ma se mai debitrice di una poetica carraiana. Partito volontario all’inizio del secondo conflitto mondiale (sarà impegnato nelle battaglie di Tobruk, Bir el Gobi, El Alamein e Tripoli) riprenderà il magistero della pittura al ritorno nella città natale nel 1946, in una Livorno prostrata dalle vicende belliche.
Spronato dall’amico Giancarlo Cocchia inizierà una ricerca incentrata sulla figura umana e sulla sofferenza quotidiana, così evidente in quel periodo storico, una sorta di denuncia delle condizioni di vita e speranza in un futuro migliore, che registrerà il suo primo traguardo oltre dieci anni dopo: nel 1957, quando con Stiaffini, Meconi, Menichetti, Menaboni, Bolano e Bertini parteciperà alla Iª Mostra del Gruppo neo Espressionista, svoltasi alla Galleria Giraldi. Gli espositori enunciavano la loro ricerca in questi termini: «quest’ansia come necessità contingente, la verità dell’arte, per noi, è sempre la più recente; come indispensabile per la sua stessa vitalità, è quel continuo processo di rinnovamento la cui urgenza preme in tutte le epoche.
Dall’espressionismo tedesco, avente premesse romantiche e finalità contingenti, determinate da quel particolare periodo storico, siamo passati ad una fase costruttiva basata su valori individuali e con premesse razionalistiche».
Da questo “manifesto programmatico” carico di istanze e denuncie, il lavoro di Bruno è stato improntato su una continua indagine generata da un confronto di respiro nazionale, dettata dalla necessità di rappresentare il tempo in cui viveva e di sperimentare nuovi approdi, dove all’astrazione si affiancavano momenti di riflessione figurativa.


In Secchi l’esigenza artistica si è sempre esplicata per filoni creativi: si veda ad esempio l’opera scelta quale “icona” della mostra ovvero Il Processo, datato al 1982, in cui l’autore elabora delle stanze “psichiche”, dove un’umanità isolata, carica di quell’allegorismo vuoto di kafkiana memoria, si pone quale denuncia della modernità. Del resto non ci sorprende che l’autore vada cercando dei legami letterari nel suo operare (l’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre è feconda lettura per il nostro) essendo presente in lui anche una forte componente poetica, che ha suggerito tra l’altro il titolo della mostra, ovvero la raccolta di liriche Ritmi espansi, pubblicata nel 2010.
Un sentito ringraziamento va a Carlo Pepi, collezionista e amico di Bruno, da lui stimato tra le voci più significative del Novecento livornese, per la completa disponibilità accordata all’esposizione. Pepi negli anni ha raccolto significative opere dell’autore, che ripercorrono, nella sua interezza, il suo iter creativo, annoverando tra i molti pregevoli lavori: le grandi composizioni astratte Avvenimento e Semiluna datate al 1991, sicuramente da annoverarsi tra i suoi più alti raggiungimenti. Si assiste così nei dipinti di Secchi, e queste opere sono esemplificative, allo sviluppo di forme nelle quali elabora una vasta gamma cromatica, in cui l’armonia, unita agli equilibri compositivi, riveste un’importanza primaria.
Così, su forme astratte, di volta in volta, l’autore va sovrapponendo elementi utili a dipanare una personale ricerca, utilizzando stoffe grezze, cerini, tessuti per i quali, in alcuni casi, grazie al fondo oro, instaura suggestivi rimandi “bizantini” di indubbia fascinazione. Molte le mostre personali e collettive alle quali Secchi ha preso parte: ricordo tra le più prestigiose quelle nella sede fiorentina della celebre Galleria Numero e l’Esposizione di Pittori Italiani Contemporanei svolta a Tunisi nel 1962.
Nell’ambito del Rotonda 2010. 58ª edizione, viene insignito del Premio alla Carriera per meriti artistici, attestato di stima da parte della sua città, mentre continua la sua partecipazione in qualità di “Socio Cultore” alle attività del Gruppo Labronico.
Auguro infine al Maestro, che celebra oggi con questa antologica una vita dedita al lavoro, che questa occasione susciti una più attenta lettura sulla sua personalità degna di figurare, senza ombra di dubbio, tra le “voci” dell’arte italiana contemporanea.

Michele Pierleoni

Opere

  • opere
    Il processo 1982, acrilico su tela cm 70×80
  • opere
    Il tavolo 1968, tecnica mista su carta cm 54×77,5
  • opere
    Mendicante 1960, tecnica mista su carta cm 25,5×23
  • opere
    Mendicante 1960, tecnica mista su carta cm 25,5×20
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Testo Critico

Non meraviglia il fatto che Bruno Secchi sia nato come espressionista negli anni cinquanta. L’ «espressione» violenta si è sempre contrapposta all’«impressione» romantica degli impressionisti, è il suo controcanto i istitutivo e sanguigno, secchi doveva rompere presto il cerchio del macchianolismo livornese se voleva acquistare un suo spazio e un suo respiro, e lo fece rinvigorendo la visione, trasferendo nelle tele provocazioni e rabbie, Lentamente avvenne il passaggio all’informale che era un rifiuto dell’oggettività, ma anche un modo per irretirla nella griglia delle contrastanti energie e ricondurla ai grumi originari che nella mente avvengono prima dei grumi segnici.
Il «labirinto», di cui parlava Marussi trent’anni fa, non ha cessato di essere tale anche se le opere hanno acquistato una maggiore forza dirompente e un arricchimento cromatico di rara bellezza.
Si trattava di chiarire intellettualmente il rapporto col reale, come avvenne clamorosamente all’inizio di questo secolo, in modo che l’oggetto potesse sussistere mentalmente integro nonostante la sua disintegrazione figurale. Secchi non si limitò a «guardare» le cose ma a problematizzarle al punto da farle rinascere attraverso il contrasto delle forze in gioco, magari oscillando tra l’astrattismo romantico e quello geometrico, sempre però rispettoso di una materia che in implica nei propri gorghi una sofferta partecipazione esperienziale ai fatti della vita. I suoi «conflitti» riflettono le urgenze degli uomini e la dinamica delle forze in campo stimolando l’energia impetuosa che è collegata ad ogni vicenda e ad ogni conflitto. Le sue tele non sembrano dare risposte conoscitive, non si abbandonano alle forme amabili gradite alle maggioranze, ma sono esse stesse soluzioni di se stesse, ricerche che assumono un valore in quanto tali, aperte agli apporti dell’intelligenza di chi le osserva. Il colore procede per tagli e tensioni, per orbite circolari o presenze immobili, sempre impegnato a negare il leggiadro e il gratuito per esaltare gli interiori sommo-viventi, intelligere la precarietà dell’esistente. Il mondo rivive in questi quadri per sintesi illuminati, quasi l’artista ne tentasse la conoscenza per interiori grovigli – di mente e di segni – in modo da far risorgere la speranza per poterlo guardare come isola di una perduta felicità.
Nulla è superficiale o casuale, ogni tanto o gesto si inserisce in una scoperta di quel mistero che è congenito al mondo e a noi, quasi per esorcizzarlo o rifiutarlo, ma sempre con l’occhio attento alla musicalità delle sfere che lo muovano alle cromie che lo risuscitano. Dietro permane il desiderio di coglierlo per segrete assonanze in modo da motivare più coerentemente il suo esistere e il suo disfarsi.
Infatti alla base di questa pittura vi è una corrispondenza amorosa con quell’universo negato e riconquistato, la partecipazione sofferta ad un processo di disintegrazione cellulare di cui la pittura si fa contrappunto ostinato e fedele. La dinamicità è nel vivere, nel mutamento rapido dei modelli essenziali: al pittore rimane il compito di entrare nei processi per coglierne le vibrazioni e lacerazioni. I meccanismi misteriosi del tempo rivivono in queste rotture segni che mosse da dinamiche direzionali che hanno bisogno di ammantarsi di colori per rendere appena accettabile il modo di essere di noi e del pianeta.

Dino Carlesi

Mostre

Bruno Secchi


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