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Alla Galleria Athena un disegno di Modigliani, Ulvi Liegi e Corcos

UN DISEGNO di Amedeo Modigliani del 1916, l'interno della vecchia sinagoga di Livorno reso con straordinario senso del colore da Ulvi nel 1935, una serie di ritratti in stile «belle epoque» di Vittorio Corcos, sono solo alcune delle opere presenti nella mostra «Arte e ebraismo: artisti ebrei del XIX e XX secolo», inaugurata in occasione della Giornata Europea della Cultura Ebraica e aperta fino al 18 settembre alla galleria Athena in via di Franco. Tra gli artisti più noti al pubblico, oltre ai citati Modigliani, Ulvi Liegi e Corcos, troviamo Moses Levy, nato a Tunisi nel 1885 da padre inglese e madre livornese ma vissuto soprattutto a Viareggio, del quale sono in mostra dipinti di grande modernità come «Spiaggia con barca e pattino» del 1919, e «Viareggio» del 1922. Tra gli autori meno noti, ma non per questo meno interessanti, Francesco Franchetti (Livorno 1878-1931) presente con quadri di gusto orientalista come «Mercato coperto» e Adolfo Belimbau, nato in Egitto nel 1845, con «Vicolo».

LA FAMIGLIA Modigliani è rappresentata anche dalla cugina di Amedeo, Corinna che ebbe studio a Roma in via Margutta. In mostra anche dipinti dell'artista piemontese Clemente Pugliese Levi (1855-1936), del triestino Arturo Nathan e di Giacomo Salmoni, uno degli allievi di Fattori a Firenze. Per la scultura esposte opere della livornese Laura Franco Bedarida e del fiorentino Dario Viterbo mentre l'arte contemporanea è rappresentata da Giovanna Micaglio Ben Amozegh, pronipote del rabbino di Livorno Elia Abraham Ben Amozegh. C'è poi un piccolo omaggio a Chagall, di cui sono visibili alcune opere grafiche, mentre una sezione della mostra è dedicata al commediografo livornese Sabatino Lopez. In occasione di questa mostra la galleria Athena resterà aperta anche nei giorni festivi.

La Nazione 9 settembre, Mario Michelucci







GIOVANNI ZANNACCHINI

(1884-1939)

Incisore e Pittore

Con l'omaggio a Giovanni Zannacchini, allestito presso la Galleria d'Arte Athena nel mese di dicembre, l'autore torna a Livorno (città che gli dette i natali nel 1884) con una personale, dopo quarantasei anni dalla mostra allestita negli storici locali di Bottega d'Arte. Negli ultimi tempi, la personalità artistica di Zannacchini è stata studiata e approfondita in tre mostre, con relativi cataloghi, che ne delineavano la presenza al Caffè Bardi, nei locali di Bottega d'Arte e nel sodalizio dei Gruppo Labronico.
Nel 1965, nella breve introduzione al catalogo di Bottega d'Arte, Fortunato Bellonzi ricorda di aver conosciuto il livornese negli ambienti della libreria Belforte, dove si trovava per realizzare una litografia quando, da giovane, il critico pisano si dilettava nel disegno e nella pittura e lo delineava come un «uomo semplice, di poche parole, ma di sicuro mestiere». In una fotografia scattata da Bruno Miniati, recentemente pubblicata, si vede sullo scalo mediceo del porto, un gruppo d'artisti con al centro la signora Pina Belforte, tra questi si nota la "simpatica" figura di Zannacchini, dall'occhio vivace e intelligente, certo di non alta statura ma estremamente elegante, ritratto con la sigaretta in mano.
E proprio da Belforte, li nostro, svolge la sua attività lavorativa, affiancando quella artistica, che lo vede prima impegnato intensamente nella produzione grafica, successivamente in quella pittorica. Tra i frequentatori del Caffè Bardi, partecipa al cenacolo intellettuale che ne caratterizza il breve ma intenso periodo d'apertura. Un particolare dell'interno del locale, viene immortalato in una litografia esposta in questa occasione Al Caffè, dove l'autore ci restituisce una scena conviviale tra un uomo e una donna, seduti in conversazione ad uno dei tavoli dello storico esercizio.
Nel 1916, prende parte a Londra all'Esposizione d'incisione Italiana, il livornese, come si evince da un articolo pubblicato sulla Gazzetta Livornese, espone accanto a personalità come: Chiappelli, De Karolis, Graziosi, Prencipe e Vittore Grubicy De Dragon, che come sappiamo grazie all'amicizia con Benvenuto Benvenuti era informato su quanto veniva realizzato in quegli anni in città.
Intensa l'attività di decoratore di pubblicazioni cittadine, decine sono le xilografie che adornano i Bollettini di Bottega d'Arte, piccoli gioielli che accompagnavano l'attività espositiva della Galleria diretta da Gino Belforte, la Rivista di Livorno, pubblicata dal Circolo Filologico Livornese negli anni 1926-27 e poi la Libumi Civitas, rassegna di attività municipale a cura del Comune. In questi anni Zannacchini esegue interessanti acqueforti che ritraggono scorci di Livorno, siano la Fortezza Vecchia o i canali del quartiere Venezia, dove l'autore, in siffatti lavori, piega il ristretto spazio della lastra per realizzare incisioni dalla prospettiva forzata, si prenda ad esempio il lavoro Livorno Vecchia - San Giovanni Nepomoceno del 1921, nel quale dispone sul primo piano un assembramento di navicelli nel canale, mentre in cielo svettano le presenze architettoniche dei campanili delle chiese di Via della Madonna, con l'elemento all'oggi perduto della cupola della Chiesa degli Armeni.
L'artista è tra i fondatori del Gruppo Labronico il 15 luglio del 1920 presso lo studio di Gino Romiti, per mezzo del quale i firmatari si adoprano ad onorare lo scomparso amico Mario Puccini, facendone collocare la salma nel Famedio di Montenero. È presente fin dalla prima mostra del Gruppo, realizzata presso il Palace Hotel con le opere La palazzina chiusa, Tortane in porto, Le pianacce, Le casine nuove e otto xilografie non specificate nei titoli. Artista colto e attento a quanto avviene attorno a lui prende parte ad un gran numero d'Esposizioni Interazionali d'Arte di Venezia, dal 1920 al 1936.





La sua prima personale la tiene a Livorno nel 1925 con Plinio Nomellini e Umberto Vittorini, a Bottega d'Arte presentata da Gastone Razzaguta, che nel libro Virtù degli Artisti Labronici, edito nel 1943 ne tratteggia un denso e amichevole ricordo, il maestro, come possiamo comprendere, aveva tratto in questo periodo soddisfazioni e consensi nell'incisione all'acquaforte e nelle efficaci xilografie; negli anni venti, attraverso un uso sapiente delle sgorbie, ottiene nell'arte del legno lavori di estremo sintetismo e straordinario accostamento nei giochi del chiaro e scuro. Monocromo, l'aveva definito Francesco Sapori, nel libro dedicato alla Biennale del 1922, dove sono riprodotte le xilografie La Rupe e Sulla Terrazza dei bagni, elegante restituzione di una scena balneare livornese.
La cifra compositiva di quest'opera e riscontrabile in altre incisioni del periodo, si veda la bellissima tavola D'Estate del 1924 esposta alla Biennale di Venezia di quell'anno, oppure la coeva Bagni Acquaviva. In questi lavori, Zannacchini si diverte a creare spazzi di luce e ombra giocando con le tende dei bagni, dove l'elemento strutturale dei supporti di legno scandisce gli spazi, delimitati dalle sagome delle cabine, dalle esili balaustre o dalle panchine dove figure femminili sono riunite in conversazioni o emergano in solitarie letture. Negli anni successivi, l'artista volge sempre più la sua attenzione alla pittura ad olio, come testimonia la mostra personale di Bottega d'Arte nel 1933, dove espone ben trentacinque dipinti.
Il fare pittura in Zannacchini è davvero interessante e meritevole d'attenzione, innanzitutto si deve osservare la scelta dei soggetti; questi narra nelle sue opere Livorno, ma ne descrive angoli solitari, scorci inusuali oppure elementi di modernità, come lampioni o pali elettrici, contrastanti emergenze architettoniche cittadine oppure caratterizzanti umili palazzi. Spesso, l'autore intende fermare sull'opera un momento di solitudine urbana e dove l'uomo è presente, certo non è mai fulcro della composizione. L'analisi dei dipinti tradisce la formazione grafica dell'esecutore che su una solida struttura disegnativa distribuisce il colore, spesso attraverso l'utilizzo di oli magri, prediligendo come supporto materico il cartone pressato. Zannacchini sicuramente in quegli anni è, tra gli artisti livornesi, uno dei più attenti alle ricerche pittoriche elaborate fuori città ed è nell'ambito di un novecento toscano, che passa da Pisa a Pistoia per giungere a Firenze, che possiamo trovare elementi di dialogo e confronto con il nostro.
Ed è proprio Riccardo Marchi che, nel 1933 presentando i lavori ad olio di Giovanni, coglie questo spirito di rinnovamento presente nei suoi lavori: «l'Ottocento colto, raffinato, raccoglitore di secolari esperienze, riassunto dal ciclo compiuto delle sue rivoluzioni (compiutissima, in Arte, quella dei macchiaioli) cede il posto all'Arte dei secolo nuovo, meno pura e perfetta, più ricca di scorie, se volete, ma vivificata da un entusiasmo vergine e nuovo». Autore quindi che merita sicuramente nuovi e approfonditi studi che non mancheranno a venire, facente parte di quella schiera d'artisti livornesi, più o meno noti, che sempre più ricevono nuove ricerche e approfondimenti sia in città che fuori dai nostri confini.
È da ricordare la recente mostra organizzata nelle terre piemontesi di Grignasco a Giulio Cesare Vinzio a cura di Cristina Trapella, l'esposizione dedicata a Giulio Ghelarducci tenutasi nel mese d'ottobre a Firenze ed infine il volume presentato il 15 novembre a Livorno nel salone degli Specchi di Villa Mimbelii da Ferdinando Donzelli dedicato a Renato Natali, dove tra l'altro viene pubblicato l'importante epistolario conservato al Mart, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto e il Fondo Natali custodito nel Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno.

Michele Pierleoni in Arte a Livorno e oltre confine Novembre / Dicembre 2011,(n7).